Traduzione e famiglia: consigli per una compatibilità possibile
June 19, 2009 by Cinzia Sani
Filed under Primi Passi, Professione
“Uffa, anche questo week end mi tocca svegliarmi all’alba per portare avanti una traduzione con scadenza impossibile per il solito cliente che non capisce che anch’io ho diritto alla domenica e a stare con la mia famiglia”. Chi di noi traduttori non ha mai almeno una volta detto o pensato questa frase?
Eh sì, diciamocelo francamente: il nostro lavoro a volte non è per niente “grato”. Eppure ogni volta la passione e/o la necessità ci spingono ad accettare incarichi impossibili e a passare notti insonni, domeniche e festività al computer, sotto gli occhi sgranati di figli, mariti e genitori che proprio non capiscono cosa vi spinga a fare questo lavoro e perché non abbiate scelto di fare l’impiegata come tanti altri.
Ebbene, per me (come per molti altri, penso) la traduzione rappresenta innanzitutto una missione, un modo per aiutare persone diverse a capirsi, conoscere nuove culture e, perché no, arricchirsi sempre di nuove conoscenze. Allora analizziamo un po’ pregi e difetti di questo strano mestiere.
Vantaggi e svantaggi del lavoro da casa
Sicuramente, il mestiere del traduttore ha alcune caratteristiche che lo accomunano al lavoro del commercialista o dell’avvocato (non sempre a livello remunerativo, ahinoi!) o ancora del commerciante: per esempio flessibilità di oraro e autonomia decisionale.
Inoltre questo lavoro offre il notevole vantaggio di poter essere svolto da casa, e non dico poco! Pensate al vantaggio per chi ha famiglia e magari bimbi piccoli o nei primi anni di scuola, quando hanno ancora bisogno della vostra presenza.
Eppure proprio queste caratteristiche possono trasformarsi in un’arma a doppio taglio e trasformare voi in fantasmi o matti agli occhi dei vostri familiari. Spesso infatti si rischia di ritrovarsi a lavorare anche nei giorni festivi per consegnare una traduzione a un cliente che può diventare insistente ed esigente quanto un capufficio. E tutto questo a discapito della nostra vita sociale.
Tuttavia, conciliare i ritmi e le esigenze lavorative con quelle familiari non è un’impresa impossibile. Nel corso di questi anni ho adottato alcuni “escamotage” che mi hanno aiutato a gestire lavoro e famiglia. Di seguito li voglio condividere con voi nell’intento di essere utile a qualche collega.
Conciliare traduzione e famiglia: alcuni consigli
Ecco quindi gli stratagemmi che uso nel mio piccolo per portare avanti in maniera “umana” il lavoro di traduzione senza rinunciare a parenti e amici.
- “Adottare un approccio tipo impiegato” che vuol dire imporsi dei limiti orari e soprattutto cominciare a considerare la remuneratività del proprio lavoro in termini di ore di lavoro e non solo di cartelle, tenendo conto anche dei suggerimenti sui limiti orari previsti dalla legge per chi lavora al videoterminale. A questo scopo può essere utile stabilire un proprio “orario lavorativo” su base settimanale, mensile o annua. Personalmente ho optato per la soluzione su base annua e mi sono imposta di lavorare al massimo 2500 ore all’anno. Con l’ausilio di un tool timer (gli utenti di OpenOffice lo trovano tra i Writer’s Tools) tengo conto delle ore effettivamente passate al lavoro e se un mese o una settimana ho lavorato molto, il mese o la settimana successiva cerco di “diluire” il lavoro in modo da avere un po’ di tempo per me e la famiglia.
- “Far valere la propria autonomia” vale a dire far capire al cliente che anche voi avete diritto a godervi sabati, domeniche e giorni festivi. Spesso capita che un cliente mi chiami il venerdì per una traduzione urgente per lunedì. In molti casi la “minaccia” di applicare la maggiorazione per il lavoro nei giorni festivi (il che rientra in parte nell’approccio descritto al punto 1) è sufficiente perché la traduzione non sia poi così urgente. Ma se il cliente insiste ci sono tre possibili vie: innanzitutto considerare sempre le proprie priorità, e se il cliente è importante posso fare uno sforzo. Se invece ho già una traduzione in consegna e il cliente non è importantissimo, ma non voglio perderlo, è una buona idea affidarsi alla collaborazione dei colleghi. Col tempo ho trovato utile stabilire una sorta di “banca delle cartelle” con una rete di colleghi fidati che possano aiutarmi quando proprio non riesco a fare una traduzione. Infine, se proprio non trovo nessun collega disponibile e/o ho già alcuni lavori inderogabili in scadenza, imparare a dire di no. Quest’ultima cosa per me è stata la più difficile da applicare, ma dopo che una volta mi sono ridotta a dormire 4 ore per notte per due mesi, rischiando di finire in ospedale per esaurimento, ho capito che proprio non ne vale la pena.
- “Approfittare dei periodi morti” ossia non disperatevi se il lavoro non arriva tutte le settimane e godetevi un po’ di riposo. Ricordo che quando è nata mia figlia, ero preoccupata perché dormiva a orari impossibili durante il giorno e non la notte. La pediatra mi consigliò semplicemente di seguire i suoi ritmi, cioè dormire quando lei dormiva, tanto non potevo imporle di dormire quando volevo io. Ho adottato lo stesso principio nel lavoro: dato che non possiamo decidere noi quando un cliente o diversi clienti ci chiameranno per affidarci un incarico, ho imparato a sfruttare i momenti vuoti e quando una settimana non vedo lavori all’orizzonte penso subito che sarà una buona occasione per stare in famiglia, vedere amici, andare a farmi un massaggio o dal parrucchiere, seguire un corso di traduzione assistita oppure di yoga o semplicemente stare a casa a giocare con mia figlia. Credetemi, il lavoro arriverà e certamente tutto insieme, tanto che sarete affogati e vi pentirete di non esservi riposati quando ne avevate l’occasione. E poi personalmente anche una sola ora di gioco con mia figlia mi ricarica tanto da poter fare mille traduzioni. In fondo il bilancio dell’attività si fa a fine anno e non è il caso di disperarsi se per qualche giorno (non mesi ovviamente) ve ne state in “panciolle”.
- “Coinvolgere la famiglia nel proprio lavoro” ossia cercare di far capire che ciò che fate non è un lavoro da marziani. Questo ovviamente è applicabile con mariti, genitori e figli grandi (almeno in età scolare), ma a me ha dato buoni risultati. Io, per esempio, coinvolgo mio marito e perfino i miei genitori nella revisione delle mie traduzioni, cosa che si rivela utile anche perché a volte uno sguardo distaccato vede di più e meglio. Io spesso ho ancora in mente l’originale e così non riesco a staccarmi abbastanza dal testo per notare quello che invece loro vedono subito! Con mia figlia, invece, ho creato una specie di gioco: lei fa i suoi compiti e io i miei, poi vediamo chi li ha fatti meglio. A volte le chiedo anche di fare finta di tradurre qualcosa, oppure dove posso le faccio vedere il testo sul video o le chiedo quale parola le piace di più. Ho scoperto che a volte i bambini riescono a tirare fuori delle espressioni molto più semplici e pregnanti di noi che abbiamo in mente spesso tanti paroloni!
Beh, mi sembra di averci messo tutto, anzi anche troppo forse! Spero comunque che questo mio articolo vi abbia messo alcune “pulci nell’orecchio” e magari vi spinga a “sperimentare” nuove soluzioni o a condividere quelle che avete già trovato! A presto, cari colleghi e colleghe!
Foto: Sanchez Family su Flickr
Cinzia Sani
Traduttrice, interprete e corrispondente in lingue estere dal 1993, si è laureata in Interpretazione per le lingue Inglese e Russo nel 1998 presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Forlì.
Dal 2006 ha intrapreso lo studio della lingua ucraina e attualmente traduce principalmente da russo ed ucraino verso l’italiano. Adora viaggiare, nuotare, leggere e … studiare. Nel tempo libero si rilassa praticando yoga e feldenkrais.
Inizia la partita… IVA
May 29, 2009 by Antonella Cicchetti
Filed under Primi Passi
Sono pronta. Penso di esserlo, sono una giovane traduttrice, ho buone speranze e possibilità che tutto vada per il meglio. Mi avvio verso il luogo dell’appuntamento, diverse domande si affollano nella mia testa e poi… non ho neanche riflettuto sul significato di quell’acronimo… I.V.A., sarà Intanto Vai Avanti? Ma non sarà che I sta per Ignorante o Irresponsabile, come fai a non sapere queste cose? Sarà la mia prima domanda, d’altronde è per questo che sto andando dal commercialista.
Eccomi, mi accomodo nello studio. La mia prima volta.
L’acronimo I.V.A.
Ci siamo e, per fortuna, la risposta non è quella che temevo: mi spiegano che I.V.A. significa Imposta sul Valore Aggiunto e che la partita IVA è un numero identificativo che viene attribuito dall’Agenzia delle Entrate a coloro che comunicano l’inizio di un’attività economica, sia imprenditoriale che professionale.
Come aprire una partita IVA
Perfetto, fin qui tutto bene, ma come si apre e quali sono le procedure da seguire? È qualcosa di complesso, che richiede magari file estenuanti davanti a uno sportello? Adesso, poi, con questo caldo…
No, scopro che è sufficiente presentare una comunicazione di inizio attività entro trenta giorni dalla data di inizio, tramite il modello AA7/9 (per i soggetti diversi dalle persone fisiche) o AA9/9 (per le imprese individuali e i lavoratori autonomi) all’Agenzia delle Entrate.
Entrambi i modelli (nel mio caso l’AA9/9) devono essere accuratamente compilati con:
- dati anagrafici del contribuente,
- attività esercitata,
- luogo di esercizio,
- volume d’affari presunto (dal quale dipende l’eventuale applicazione di un regime fiscale agevolato)
e ogni altro dato richiesto dal modello. Per fortuna, posso anche presentare la domanda via Internet grazie all’apposito servizio telematico dell’Agenzia delle Entrate.
Quando è necessaria la partita IVA
Ma quali sono le operazioni soggette a IVA? Insomma, quando devo applicarla? Mi spiegano che le operazioni rilevanti ai fini IVA devono contemporaneamente soddisfare tre requisiti:
a) oggettività: ci deve essere una cessione di beni o una prestazione di servizi;
b) soggettività: il soggetto che effettua la prestazione è titolare di un’attività d’impresa o professionale;
c) territorialità: le operazioni avvengono nel territorio dello Stato.
In effetti nel mio caso questi requisiti sono tutti soddisfatti: un lavoro di traduzione è una prestazione di servizi (oggettività), ho avviato un’attività professionale (soggettività) e la svolgo in Italia (territorialità).
Quando conviene aprire la partita IVA
Bene, fin qui non mi sembra così difficile, ma è davvero il momento di aprirla o magari posso continuare a lavorare con la ritenuta d’acconto come sto facendo? Scopro così che l’apertura di partita IVA è obbligatoria per:
“tutti i soggetti che esercitano in via abituale, benché non esclusiva, un’attività d’impresa o professionale con caratteristiche di autonomia che non si configura nel caso di rapporti in qualche modo riconducibili al lavoro subordinato o allo stesso assimilato.”
E ancora, che l’obbligo di apertura della partita IVA decade automaticamente nel caso in cui il soggetto interessato percepisca compensi annui inferiori a € 5.000,00. Fino a questo tetto di guadagno infatti i compensi si considerano riferiti ad attività “occasionali”. Se poi il limite viene superato bisognerà valutare caso per caso se si tratta realmente di esercizio abituale di attività. In questo caso meglio ricorrere al proprio commercialista, a un Centro di Assistenza Fiscale (CAF) o all’Agenzia delle Entrate. In caso affermativo meglio non perdere tempo: ritenuta d’acconto… addio!
Quali vantaggi offre la partita IVA
A questo punto chiedo al commercialista se la partita IVA mi offre anche qualche vantaggio. Per esempio, mi hanno detto che è possibile scalare alcune spese. La mia consulente mi dice che, nel mio caso, è possibile dedurre analiticamente dai compensi percepiti i costi correlati all’attività:
- materiale di cancelleria,
- servizi di stampa,
- fitti e utenze,
- beni strumentali ecc.
Bella notizia: devo giusto aggiornare un po’ di software e rinnovare la cancelleria! Tutta IVA risparmiata. E il CD che ascolto sempre mentre lavoro? Beh meglio non esagerare.
Per ora l’ansia è svanita. Ne so un po’ di più e sono pronta per giocare.
Che la partita abbia inizio.
Quando la traduzione è griffata
May 15, 2009 by Silvia Di Persio
Filed under Notizie
Un’introduzione alle specificità di un campo in continua evoluzione. Una esposizione delle difficoltà di traduzione relative a un settore, quello della moda, di importanza consolidata nell’economia italiana e nell’immagine del Made in Italy nel mondo. Si presenta con queste premesse il seminario “Tradurre la moda: tra creatività e rigore” che si svolgerà a Genova il 24 ottobre 2009.
Relatrice del seminario è Sara Radaelli, traduttrice freelance nei settori moda, cosmesi, profumeria, lusso (alta gioielleria, alta orologeria), diplomata in traduzione per le lingue inglese e francese presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori Silvio Pellico di Milano e collaboratrice di prestigiosi marchi del settore.
Il seminario si articola sulla coppia linguistica inglese – italiano con alcuni esempi e citazioni anche dal francese a scopo puramente illustrativo. Il programma prevede una prima parte di teoria in cui si affronteranno i principali aspetti della professionalità del traduttore freelance tra i quali quelli relativi al rapporto tra traduttore e committente, con i vantaggi e gli svantaggi del contatto diretto e/o indiretto, e quelli riferiti alla tipologia testuale con particolare attenzione al linguaggio della moda e alla terminologia in riferimento ai marchi, alle griffe e alle sfilate.
La seconda parte del seminario avrà invece una connotazione pratica con un laboratorio di traduzione dall’inglese all’italiano che prevede l’analisi di due articoli giornalistici di moda tratti dalla stampa internazionale.
Il seminario è rivolto a studenti del Corso di laurea in lingue e letterature straniere e del Corso di laurea specialistica in traduzione che desiderino accostarsi a questo linguaggio settoriale o traduttori professionisti desiderosi di avvicinarsi a un nuovo settore di
specializzazione.
Se la crisi c’è il marketing è multilingue
May 8, 2009 by Silvia Di Persio
Filed under Professione
“People don’t buy what they can’t understand”.
Speriamo che a crederlo siano anche le imprese americane alle quali Don DePalma, fondatore e responsabile per la ricerca della società di consulenza e ricerca “Common Sense Advisory” nonché autore del libro sulla globalizzazione delle imprese A Strategic Guide to Global Marketing, indirizza questa sua considerazione dalle pagine del sito americano dedicato al mondo del marketing Chief Marketer!.
Un’esortazione alla localizzazione linguistica, “Translate”, come elemento di una strategia complessiva per l’espansione internazionale delle imprese USA in uno dei periodi più neri dell’economia occidentale. E un segnale della diffusa tendenza ad affrontare la recessione nel senso positivo del potenziamento degli anelli più deboli della catena produttiva e distributiva. Tra questi, appunto, una certa tendenza delle imprese USA ad affidarsi per ragioni diverse alla sola lingua inglese come lingua di commercializzazione del prodotto.
Già nel 2006 DePalma sondava con una ricerca di mercato le potenzialità di una strategia di vendita incentrata sul multilinguismo. La ricerca, condotta su un campione di più di 2.400 consumatori di otto paesi non anglofoni in merito alle relative esperienze di acquisto su siti web in lingua inglese, dimostrava che gli intervistati preferiscono interagire nella propria lingua anche nei casi di una conoscenza di base della lingua inglese. La possibilità di disporre di contenuti nella propria lingua si dimostrava decisiva nel caso di acquisti più dispendiosi o di oggetti di importanza cruciale rispetto allo stile di vita come operazioni bancarie online e assicurazioni.
Di interesse maggiore una successiva inchiesta condotta su un campione di clienti business. Per questo tipo di acquirenti si considerava una certa reticenza delle imprese alla localizzazione linguistica fondata sulla convinzione che quando l’acquirente è un’azienda o un ente pubblico si presume che il prodotto, generalmente high-tech, sia destinato a referenti che si trovano nella sala server o a determinati livelli gestionali e pertanto in grado di parlare un inglese sufficiente all’utilizzo del prodotto. I paesi interessati all’inchiesta erano Francia, Germania, Spagna e Giappone perché rappresentativi dei paesi per i quali le aziende localizzano frequentemente i loro prodotti; Cina e Russia perché mercati in evoluzione di particolare interesse; la Svezia come contesto nazionale di larga diffusione della lingua inglese.
I risultati mostravano una correlazione elevata tra incremento di localizzazione linguistica e aumento delle vendite. Più dell’80% del campione concordava con l’affermazione “La possibilità di disporre di materiale di marketing e di documentazione accessoria a stampa nella mia lingua aumenta la probabilità di acquisto di un prodotto software da parte della mia organizzazione” e solo per gli intervistati svedesi la percentuale scendeva al 60%. Entrambi i casi mostravano comunque che sul multilinguismo si poteva lavorare.
Rispetto ad allora, oggi lo sviluppo della ricerca multilingue delle parole chiave e il conseguente incremento in visibilità costituiscono un incentivo in più e uno strumento in grado di potenziare l’efficacia della localizzazione linguistica per le vendite. Sono diverse le agenzie di consulenza SEO che puntano sull’ottimizzazione multilingue del sito web (MSEO) grazie a strumenti che permettono di modificare i contenuti del sito in modo estremamente dinamico e senza dover creare siti paralleli. La centralità del ruolo del traduttore professionista in questa fase rimane indiscussa al fine di evitare traduzioni appiattite dalla letteralità.
Una letteralità alla quale non è sfuggita l’agenzia incaricata della localizzazione del sito di lingerie di Victoria Beckham, Victoria’s secret, stando a quanto riporta la stessa rivista Chief Marketer. Alcuni esperti di marketing per utenti ispanofoni, pur riconoscendo l’utilità di una versione spagnola del sito accanto a quella inglese nella complessa situazione di bilinguismo spanglish del mercato USA, segnalano alcune traduzioni improprie perché troppo letterali: l’intestazione della scheda “swim” del sito è stata tradotta come “nadar” che in spagnolo vuol dire “nuotare” quando sarebbe stata più opportuna l’espressione “playa” per indicare la sezione di abbigliamento da mare mentre “check order status” tradotto come “ver estatus del pedido” (lett. “Verificare lo status dell’ordine”) suggerisce una sorta di controllo dello status sociale per l’acquisto. “Come se a farci i conti in tasca non bastasse la crisi” potrebbe pensare l’acquirente ispanofona di fronte all’insolito invito.
Fonte: http://chiefmarketer.com/
Foto: “Sleeping woman with hat” di Stas Kulesh su Flickr Creative Commons
Sei domande sulla localizzazione
May 8, 2009 by Antonella Cicchetti
Filed under Primi Passi
Competenze informatiche e tecniche da esercitare nell’ambito di progetti di traduzione di dimensioni e complessità generalmente elevate. Sono questi gli aspetti principali del mestiere della localizzazione informatica. Abbiamo incontrato Alessandra Muzzi, traduttrice e localizzatrice freelance dal 1993, docente presso Università pubbliche e private con alle spalle anche un’esperienza di programmatrice, per saperne di più di questo particolare settore della traduzione. In sei domande, a partire dalla più immediata:
1) Cosa si intende per localizzazione, e cosa si localizza?
Nella localizzazione si traduce tutto quanto è traducibile in un prodotto software (o in un sito Web): interfaccia, guida in linea, documentazione, materiale di marketing. Vi possono essere anche dati non linguistici da adattare al diverso contesto in cui il software verrà utilizzato: valute, formati di data, codifica del testo, ma anche immagini o esempi utilizzati nel prodotto o per la sua commercializzazione.
2) C’è una differenza tra localizzazione e traduzione?
Lasciando da parte le definizioni teoriche, in pratica la localizzazione è un settore della traduzione particolarmente specialistico, dove in aggiunta alle competenze linguistiche sono richieste buone competenze tecnico-informatiche.
3) Quali sono le fasi di un lavoro di localizzazione?
A monte di tutto deve esserci l’internazionalizzazione del prodotto, ossia la sua progettazione in modo da renderlo adatto a essere localizzato. A partire da un prodotto correttamente internazionalizzato si può avviare un progetto di localizzazione, che prevede le fasi seguenti:
- Preventivo
- Pianificazione
- Selezione delle risorse
- Analisi e preparazione del materiale
- Scelta degli strumenti da utilizzare
- Traduzione (con eventuali richieste di chiarimenti al cliente)
- Revisione (con eventuale feedback al traduttore)
- Controllo linguistico e funzionale del prodotto localizzato
4) Quali competenze necessita un lavoro di localizzazione?
Oltre alle competenze linguistiche richieste per qualsiasi lavoro di traduzione, sono necessarie competenze tecniche per:
- Comprendere il significato di quanto si sta traducendo e poter quindi fornire una traduzione adeguata
- Utilizzare gli strumenti software richiesti per il progetto
5) Quali sono, se ci sono, difficoltà nel gestire le richieste del cliente?
Vi saranno senz’altro difficoltà se l’internazionalizzazione del prodotto non è perfetta. Nel caso peggiore la localizzazione potrebbe rivelarsi impossibile. Vi sono poi le difficoltà connesse alle dimensioni dei progetti di localizzazione e alla relativa organizzazione. Nei progetti più grossi e complessi, il localizzatore freelance che collabora con una società di localizzazione è solo un ingranaggio di un vasto meccanismo. Si occupa di una parte del prodotto, mentre altri suoi colleghi, che non conosce e con i quali non può avere contatti diretti, si occupano delle altre parti. Alla fine il prodotto localizzato dovrà risultare omogeneo. Questo comporta la necessità di seguire strettamente rigide regole stilistiche e attenersi inderogabilmente al glossario o ai glossari del progetto. Se si hanno dei dubbi che sarebbe necessario chiarire con il cliente, si devono seguire rigide procedure per inviare delle query, che verranno esaminate da chi è preposto al compito, che non coincide con chi ha scritto il testo originale in quanto vi sono diversi ruoli e vari livelli di intermediazione.
6) La figura del traduttore è, come sappiamo, una figura poco (ri)conosciuta. Quella del localizzatore?
Certamente è ancora meno conosciuta di quella del traduttore. Solo gli “addetti ai lavori” sanno che cos’è un localizzatore. Nei grossi progetti di localizzazione sopra descritti, poi, c’è il rischio di percepire la situazione lavorativa come alienante, in quanto le competenze professionali richieste non sempre coincidono con quelle che il localizzatore vorrebbe poter mettere in campo. Può essere invece molto gratificante collaborare direttamente con piccole società di sviluppo software, dove c’è un contatto immediato con la controparte, si possono chiarire dubbi, dare suggerimenti e avere una visione più completa e unificata del processo di localizzazione.
Foto: “Cable confusion” di i-magic su Flickr Creative Commons.
Il protagonista che non c’era
April 29, 2009 by Silvia Di Persio
Filed under Ritratti
Se gli elementi della situazione riportata nel video della settimana di EST potessero essere riorganizzati come tessere di un puzzle ideale per analoghi scenari, la collocazione dell’ultimo tassello svelerebbe una presenza inattesa. Da una parte un pubblico urlante in pieno delirio di riconoscenza per i romanzi della saga di Twilight che narrando le vicende di Edward il vampiro e della giovane Bella hanno saputo parlare ai turbamenti e alle passioni crepuscolari degli animi romantici. Dall’altra, sul palco, l’oggetto di tanta acclamazione. Non l’autrice Stephenie Meyer che a partire da Twilight ha dato vita alla fortunatissima saga riproponendo in chiave attuale i principali ingredienti del gotico. Né gli attori protagonisti della versione cinematografica del romanzo, già decretati nuovi idoli delle teenager. Ultimo tassello e inaspettato pezzo a completamento del quadro sarebbe in questo caso il traduttore.
È con questa bella novità che si presenta il primo raduno nazionale dei fan di Twilight tenutosi a Volterra il 19 aprile scorso, con Luca Fusari, traduttore della saga della Meyer in questo caso ma con alle spalle un già solido percorso nella traduzione editoriale, tra i suoi ospiti più acclamati. Una dimensione insolita quella della ribalta per una professione la cui invisibilità, quando non correlata a indeterminatezza di status professionale e a tariffe inadeguate, può essere ascritta a una scelta ben precisa.
È allo stesso Luca Fusari che rivolgo queste osservazioni: «Le mie apparizioni pubbliche legate a Twilight – risponde Luca – in realtà sono state soltanto tre, e in due casi ho parlato di fronte a un pubblico in cui i/le fan erano in minoranza (un incontro con alunni delle scuole superiori del trevigiano, alla fine del 2007, e un dibattito sul rapporto fra traduzione del libro e adattamento della sceneggiatura del film, organizzato lo scorso marzo all’interno del Centro Traduttori della Children’s Book Fair di Bologna); inoltre ho contribuito all’antologia de Il mestiere di riflettere e anche di quella mi è capitato di parlare in occasioni formali. Perciò discutere in pubblico del mio mestiere non è una novità assoluta per me, e sono ben contento di poterci mettere la faccia quando capita: nell’invisibilità preferisco calarmi quando sono davanti al computer o al libro, a lavorare, mentre quando si tratta di fare divulgazione pura e semplice sulla nostra professione o di mettersi in gioco per sottolineare l’importanza del traduttore (come del revisore, del correttore di bozze e del resto dei ruoli ‘invisibili’ della filiera) sono ben contento di non risultare poi così trasparente. E comunque credo che la venerazione delle fan non vada a me in quanto “divo” ma alla figura del traduttore, del catalizzatore che riscrive un libro altrui e lo trasporta all’interno di un’altra cultura, e sia più che altro un tributo all’importanza del lavoro che svolgiamo».
Rimane allora il fatto, positivo, che un simile tributo possa considerarsi un premio per i tanti sforzi che vengono compiuti quotidianamente in direzione di una maggiore visibilità, intesa come rafforzamento dello status della professione attraverso il riconoscimento. A precedere di pochi giorni il raduno di Volterra, l’intervento sul tema da parte di una delle principali artefici di questi sforzi, la fondatrice di Biblit Marina Rullo, nella puntata di Tradurre del 16 aprile dedicata alla visibilità della professione sul web.
E del resto è proprio alla rete e alla sua capacità di mettere in comunicazione ambiti altrimenti distinti nella sfera del non-virtuale che la popolarità di Luca presso il grande pubblico di Twilight rimanda, delineando i tratti del nuovo rapporto traduttore-fruitore del prodotto culturale tradotto. È infatti sufficiente inserire il suo nome su Google per incontrare le numerosissime manifestazioni di gratitudine per il lavoro di traduzione svolto da parte delle fan della saga, oltre a un fan club dedicato proprio alla sua figura e al suo lavoro. Sono l’entusiasmo e il sentimento di gratitudine nei confronti di chi rende fruibile il prodotto amato che nutrono questa attenzione nei confronti del traduttore, in modo analogo a quanto si verifica da parte dei fruitori dei prodotti audiovisivi stranieri nei confronti dei sottotitolatori amatoriali delle diverse community web di fansubbing.
Una stessa urgenza di fruizione, accanto a una più diffusa conoscenza della lingua inglese, alla base della popolarità di entrambi, che si sviluppa nel più ampio fenomeno delle culture partecipative. Ma se nel caso del sottotitolaggio amatoriale i due fattori stimolavano l’accesso al lavoro di traduzione e l’inizio di un percorso che si apriva anche a opportunità professionali, nel caso della popolarità di Luca è la curiosità nei confronti della doppia vita linguistica del prodotto amato che alimenta l’attività comunitaria sul web. Come testimoniano in Il mestiere di riflettere Federica D’Alessio e Chiara Marmugi, le due traduttrici che a partire dal romanzo Eclypse collaborano con Luca, le appassionate di Twilight non si accontentano di leggere il libro in italiano ma confrontano e commentano le due versioni in forum dedicati, valutando in modo continuo la qualità del lavoro di traduzione. Chiedo a Luca se ha mai ricevuto delle critiche o delle contestazioni al riguardo «Certo che sì – risponde – ma per quanto ne so riguardavano sfumature o casi in cui io e la redazione abbiamo dovuto compiere scelte arbitrarie (questo “I love you” è un “ti amo” o un “ti voglio bene”?), nonché di un ulteriore appiglio per spiegare in pubblico che la traduzione non è sempre una scienza esatta (almeno secondo me)».
Spiegazione pubblica che si riflette in una crescente presa di coscienza rispetto al valore dell’attività traduttiva; una consapevolezza che inevitabilmente si riversa in modo positivo sulla visibilità e sullo status del traduttore.
In questo senso mi chiedo se un tale esempio di riconoscimento mediatico, oltre a nascere a valle del prodotto letterario, dalle passioni dei fruitori, non sia anche frutto di una strategia editoriale mirata a dare la giusta evidenza al ruolo del traduttore nella catena di post-produzione editoriale. Ma a quanto pare non lo è: «Tutto è stato frutto esclusivo della passione delle fan della saga di Twilight – conferma Luca – e non c’è stato alcun calcolo o strategia editoriale. Tanto che questa sorta di impennata di popolarità mi ha colto davvero di sorpresa, dal momento che l’ultima traduzione di Stephenie Meyer l’ho consegnata nell’estate del 2008 e nel frattempo mi sono dedicato ad altro, oltretutto lavorando con editori con i quali collaboro da tempo in maniera del tutto autonoma dalle faccende vampiresche. Visto dall’interno, l’exploit di visibilità che ho avuto è una semplice parentesi all’interno di un tran tran lavorativo denso e serrato come, penso, quello di qualunque altro professionista del settore».
Una parentesi, certo, ma che sarebbe bene estendere in favore di una visibilità anche esterna del tran tran lavorativo denso, serrato e silenzioso di ogni traduttore.
Foto: “There are no extra pieces in the universe. Everyone is here because he or she has a place to fill, and every piece must fit itself into the big jigsaw puzzle.” di miss_blackbutterfly su Flickr Creative Commons
La traduzione e il web 2.0
April 23, 2009 by Claudia De Angelis
Filed under Primi Passi
Oggi la conoscenza e l’informazione fanno i conti con la rete, dalle cui risorse trae vantaggio anche il mercato della traduzione. Il web 2.0 in particolare è diventato il luogo d’incontro preferito dove si svolgono le conversazioni tra i professionisti del settore. Grazie al web collaborativo, le dinamiche del lavoro sono cambiate. La rete può essere vista come risorsa per cercare lavoro e collaboratori, per reperire informazioni e fare ricerche, per restare informati su temi importanti; il web è anche risorsa per la formazione e per gli aggiornamenti professionali.
Il web 2.0, fondato sulla condivisione e sulla collaborazione tra gli utenti, ha già rivoluzionato il modo di utilizzare la rete moltiplicando risorse e funzionalità: blog, community, sistemi wiki. Si è innescato un meccanismo di rovesciamento grazie al quale gli utenti stessi possono diventare “giornalisti”, chiunque può trovare il proprio spazio, mentre svanisce il confine netto che nei mass media tradizionali separa chi produce contenuti da coloro che leggono, ascoltano e guardano: da una piattaforma di accesso, internet si è trasformata in una piattaforma basata su partecipazione e condivisione.
I meccanismi di funzionamento dei feed e dei social network permettono di affidare a specifiche applicazioni il monitoraggio dei flussi di notizie, utile non solo a chi lavora con l’informazione e ha bisogno di tenere sotto controllo un alto numero di fonti, ma anche per coloro che semplicemente sentono il bisogno di organizzare in modo personale il proprio sistema informativo.
Facendo riferimento più diretto al mondo della traduzione esistono sicuramente molte possibilità per sfruttare al meglio quello che internet mette a disposizione. Non mi riferisco ovviamente a un meccanismo parassitario, di copiatura o, peggio ancora di utilizzo, dei traduttori automatici che ottengono tanta popolarità in rete (con effetti spesso esilaranti). Il web non è fatto solo di algoritmi e spider, il web 2.0 prima di tutto è fatto dagli utenti della rete e i traduttori della nuova generazione devono senza dubbio fare i conti con questo scenario virtuale, dove la conoscenza incontra la rete e i meccanismi del mercato del lavoro sono quasi completamente assorbiti dal mezzo Internet.
Si tratta in molti casi di risorse generaliste, in altri di strumenti mirati e settoriali. Il caso più evidente è quello delle comunità dei traduttori, social network pensati per la categoria, che sono allo stesso tempo uffici virtuali e uffici di collocamento per cercare lavoro e nuovi clienti, bacheche dove informarsi su eventi e seminari, archivi terminologici e piattaforme di ricerca, grazie alla disponibilità di glossari inseriti da colleghi interessati alla diffusione di conoscenza, in modalità di condivisione.
Il luogo prescelto per la conversazione e l’incontro è quello dei forum, dove ci si interroga, si chiede, si risponde e si corregge in chiave collaborativa. La community più conosciuta è Proz.com, ma ne esistono di altre altrettanto valide, come Translators Café o Globtra.com. In tutti i casi queste community sono nate per il bisogno di creare uno spazio dove farsi trovare, per cercare lavoro; sono poi diventate quello che rappresenta la rete per i traduttori, ovvero conoscenza, informazioni, strumento per le ricerche e accesso a banche dati. Ma anche confronto con i propri colleghi, che suggeriscono e commentano, esaltano e si complimentano per una soluzione geniale o che, al contrario, ne stroncano una completamente sbagliata.
Ma le possibilità offerte dal web 2.0 non sono solo quelle suggerite e messe a disposizione dalle community online. Il lavoro autonomo può fare ricorso anche ad altre risorse, come social bookmarking e blog.
Il social bookmarking è una modalità di knowledge management efficiente e vantaggiosa che si basa sulla catalogazione dei segnalibri attraverso i tag, ovvero le parole chiave. Utilizzando strumenti web based come ad esempio de.li.cio.us, oltre a non correre il rischio di perdere la propria biblioteca di link utili al lavoro, è anche possibile organizzarli in maniera efficiente. Sul piano individuale è garantita la possibilità di organizzare un archivio sulla base delle proprie necessità, sul piano sociale è anche possibile condividerli con chi fa parte del proprio network e scoprire risorse selezionate da altri.
Il blog può diventare la propria vetrina in cui pubblicare il curriculum, i contatti e gli articoli legati alla professione. La presenza di contenuti di qualità e di parole chiave mirate aiuteranno ad attrarre il traffico di potenziali clienti, interessati a conoscere i lavori già effettuati e a valutarne la qualità. Pubblicare sulle pagine del blog piccoli esempi di traduzione è un modo efficace per mostrare la professionalità acquisita e attirare clienti che operano nello stesso settore. Allo stesso modo viene data la possibilità di costruire una rete di contatti, probabilmente fonte in futuro di nuove collaborazioni. Navigare per credere.
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L’industria della traduzione tra USA e Italia
March 26, 2009 by Sonia Briano
Filed under Risorse
Abbiamo incontrato Gianni Davico, autore de L’industria della traduzione. Realtà e prospettive del mercato italiano, il primo libro dedicato al mondo delle imprese di traduzione nel nostro paese (il volume è stato pubblicato da seb 27 nel 2005), nonché di un articolo del 2003 dal titolo Un italiano a Manhattan. Tendenze del mercato americano delle Traduzioni, in cui si è occupato di analizzare il mercato delle agenzie di traduzione negli USA.
L’industria della traduzione fornisce finalmente una descrizione attenta e accurata di ogni aspetto di questa tipologia di impresa nel nostro paese. I sei capitoli del libro sono dedicati ai seguenti argomenti:
- storia delle agenzie di traduzioni (dalle microagenzie alle multinazionali), una realtà nata negli anni Trenta del secolo scorso
- gestione del processo di traduzione all’interno delle agenzie
- ruoli all’interno dell’impresa e rapporti con i traduttori
- associazioni di categoria (europee ed extraeuropee)
- strategia aziendale (marketing, concorrenza, investimenti)
- prospettive future del settore.
Abbiamo iniziato l’intervista con Gianni Davico chiedendogli per quale motivo ha deciso di occuparsi inizialmente del mercato americano delle traduzioni.
Nei primi anni di questo decennio l’attività che avevo fondato stava crescendo, ma sentivo – confusamente – che mancava un pilastro importante alla mia conoscenza: gli Stati Uniti, allora ancor più di oggi nazione trainante nel nostro settore. Sono partito per New York con la mia valigia di cartone, col desiderio di sapere che cosa facevano i miei colleghi al di là dell’oceano. È stato un viaggio di scoperta, un vero percorso verso l’ignoto, ma che mi ha dato molte soddisfazioni. Ho incontrato una decina di miei colleghi e da quegli incontri è nata l’idea dell’articolo. Il motore primo era dunque la mia curiosità, il mio desiderio di conoscere; in secondo luogo il desiderio di cercare di trasmettere questa conoscenza.
La sua analisi sembra indicare la tendenza del mercato della traduzione a concentrarsi sempre di più su segmenti di fascia alta o molto bassa a discapito di quella intermedia. Come si spiega questo meccanismo?
L’idea centrale di questa struttura a farfalla mi sembra ancora oggi valida. Semplificando: da una parte ci sono aziende di traduzioni molto grandi, dall’altra microaziende. Nel caso dei traduttori, la struttura è simile: da una parte traduttori che offrono qualità eccellente a prezzi alti, dall’altra sedicenti traduttori improvvisati che lavorano a qualunque prezzo. (È chiaro che si tratta di una semplificazione, per fortuna la realtà è molto più sfaccettata.) Stare nel mezzo diviene sempre più difficile, per via della forze – prima su tutte la globalizzazione – presenti sul mercato. Non credo che la fascia bassa possa essere intaccata più di tanto, perché per una parte del mercato il prezzo è comunque il discrimine primo.
Sono passati diversi anni dalla pubblicazione dei due scritti e abbiamo chiesto all’autore se sente l’esigenza di scrivere ancora su questo argomento oppure se l’analisi effettuata ha validità ancora oggi, nonostante il tempo trascorso?
Credo che le analisi fatte siano ancora valide; ma più scrivo e leggo, più so di non sapere. Quindi sì, sento forte il desiderio di conoscere di più e di trasmettere questa conoscenza: soprattutto affinché dall’urto nasca una più energica morale, come direbbe il poeta Nelo Risi.
Abbiamo chiesto infine a Davico di offrire qualche consiglio a un giovane traduttore che muove i primi passi in questo settore di mercato.
Un primo consiglio riguarda le tariffe, una delle prime domande che sentiamo porre da chi si affaccia a questo mestiere. Cito spesso l’espressione “Ho guardato il nemico negli occhi, ed ero io” per spiegare che non esistono soluzioni facili, né sempiterne né valide per tutti. Il problema il più delle volte sta nei traduttori stessi, che non sanno dare un valore al proprio lavoro. Quindi la soluzione è duplice: documentarsi innanzitutto e non svendersi poi.
Oltre a questo, aggiungerei la necessità di conoscere molto bene almeno un CAT, e più in generale essere amici dell’informatica, visto che IT e traduzioni sono ormai indissolubilmente legate a filo doppio.
L’industria della traduzione
Realtà e prospettive del mercato italiano
Laissez-Passer – 6
Pagine: 136
Anno: 2005
ISBN: 88-86618-45-X
Prezzo: € 12.00
Scheda del libro sul sito di Seb 27
È una vita che ti aspetto. Gestire al meglio l’attesa tra un incarico e l’altro
March 19, 2009 by Silvia Di Persio
Filed under Professione
Giorni di attesa, è tutto pronto, bella come il sole l’aspetto e di lui neanche l’ombra. Eppure mi sono preparata, la foto più persuasiva, il sorriso aperto, lo sguardo ampio e convincente. E che dire delle conoscenze, delle esperienze, sì, insomma, posso ritenermi un tipo interessante. Eppure, niente, il lavoro non si fa vivo. È la crisi, bellezza, mi dice una vocina interiore. No, non solo la crisi, aggiunge il buon senso. Ma anche uno dei normali periodi di stasi lavorativa tra un incarico e l’altro con i quali ogni traduttore freelance dovrà imparare a fare i conti. E che dovrà imparare a gestire.
Bandire l’attesa
Come consiglierebbe ogni posta del cuore che si rispetti, allora, la prima cosa da fare è bandire l’attesa. Abbassare il livello di investimento, occuparsi di altro, pensi a se stessa, direbbe l’avveduta consigliera, si occupi di tutte quelle cose che non si riescono a fare nei periodi di inteso lavoro. Una gita, il cinema, quante volte ci abbiamo pensato durante una ricerca terminologica interminabile.
Corsi di formazione e workshop
Oppure, se proprio non si intende uscire dal binario professionale, perché anche il “voglio concentrarmi sul lavoro” costituisce un topos dell’attesa sentimentale, puntare sulla formazione continua e approfittare di questi momenti di stasi per potenziare la propria professionalità sarà sempre una strategia vincente. Sappiamo bene che il mercato è in continuo movimento, che l’economia e la cultura invertono le proprie direzioni e che il nostro lavoro è in ognuno di questi settori uno strumento che si modula inevitabilmente sui vari mutamenti. I corsi di formazione e i diversi workshop offerti nel campo della traduzione professionale possono diventare una possibilità di esplorazione di settori diversi da quello di specializzazione che fino ad ora non avevamo avuto l’opportunità di valutare. Questo vorrà dire che investire sulla formazione in un nuovo settore di traduzione può equivalere ad aggiungere un sassolino sul nostro percorso futuro. Accanto all’opportunità di contatto e di confronto con altri colleghi, da non sottovalutare in un lavoro in cui la tendenza all’isolamento è fisiologica.
Diversificazione delle competenze CAT
Numerose sono invece le offerte di lavoro il cui requisito chiave è la competenza di uno strumento CAT poco noto rispetto ai due o tre più largamente diffusi. Sono frequenti gli annunci in cui si richiede la collaborazione di traduttori freelance che sappiano usare CAT sconosciuti ai più. È altrettanto frequente che il numero di risposte non superi le 20 o 50, a fronte delle circa 1000 risposte che si hanno di media nei casi offerte su CAT più noti. Pertanto orientarsi alla conoscenza di questi strumenti di traduzione assistita, a fronte di una competenza di base, richiederà un impegno ridotto rispetto ai vantaggi della diversificazione. Metatexis e OmegaT sono alcune proposte.
Diversificazione delle competenze DTP
L’importanza della flessibilità nelle competenze del traduttore professionista, in questo secondo caso rispetto al percorso di impaginazione del testo su cui intervenire, veniva sottolineata nella puntata di Tradurre dedicata alla Qualità delle traduzioni da Mirko Silvestrini, presidente di Federcentri. Anche in questo caso la professionalità si coniuga con un insieme di competenze diversificate e complete e con una sostanziale autonomia del traduttore rispetto a tutti i problemi che il testo può presentare. A ciò si aggiunga che nei diversi mercati della traduzione, come nel caso della conoscenza dei CAT meno noti, sono numerose le richieste di collaborazione in cui la capacità di utilizzo dei principali strumenti di desktop pubblishing, o DTP, quali Quark Express, InDesign, Pagemaker, Framemaker e molti altri costituisce la discriminante della candidatura.
Alla fine, ma il tempo è volato, rituffarsi nel mercato con il nuovo bagaglio di competenze, non equivarrà soltanto a cercare nuovi contatti lavorativi ma anche a consolidare la nostra proposta con i committenti con i quali collaboriamo abitualmente. Al riguardo, sempre Mirko Silvestrini consigliava di riproporre con regolarità il proprio curriculum alle agenzie di traduzione per l’aggiornamento continuo nei rispettivi database. E poi si sa che in amore il momento di rimettersi in gioco arriva sempre e sarà meglio farsi trovare pronti.
Foto: “Waiting for the night bus” di Mewdotkai su Flickr Creative Commons

La
Online Summer School 2010 - "Diventare freelance" si terrà a giugno e settembre e durerà sei settimane.