Tradurre l’opera

February 12, 2010 by Giulia Bancheri  
Filed under Professione

Ormai il mondo parla lingue diverse e anche i teatri si devono adeguare per superare le barriere linguistiche. Quando si assiste a un’opera in lingua straniera, di solito la traduzione del libretto appare su un pannello luminoso posto sul boccascena, con i cosiddetti sopratitoli che vengono proiettati allo stesso tempo in cui è cantato il testo originale.

Il Palacio de las Artes Reina Sofía di Valencia (nella foto a sinistra), inaugurato nel 2005, ha optato per una soluzione più tecnologica e modernista, installando un sistema di sottotitolaggio con display collocati sullo schienale delle 1.500 poltrone della sua sala principale. In questo modo agli spettatori viene offerta la possibilità di scegliere la traduzione di opere italiane, francesi, inglesi o tedesche in quattro lingue: quella originale, il castigliano, il valenciano e l’inglese. Da una cabina di regia il traduttore-adattatore di libretti trasmette dal vivo il segnale simultaneo delle quattro lingue che arriva a ciascun display.

Le fasi della traduzione

In sintesi il procedimento è il seguente: dopo una prima fase di editing, in cui si eliminano eventuali ripetizioni e ridondanze, il testo originale viene suddiviso in sottotitoli di una o due righe di 32 caratteri ciascuna, che successivamente si traducono nelle lingue di arrivo previste e si sincronizzano con il testo originale.

I requisiti professionali

Come in ogni traduzione che si rispetti, anche in questo caso i tempi per sottotitolare un libretto sono alquanti stretti: una quindicina di giorni. Si tratta di un lavoro per il quale è indispensabile saper leggere le partiture e possedere nozioni approfondite di musica e solfeggio in generale. Oltre alla traduzione accurata, si richiede che il sottotitolo “lanciato” sia in perfetta sincronia con la voce, quindi il traduttore deve seguire lo svolgimento della rappresentazione dall’inizio alla fine.

Il sottotitolaggio si realizza da un computer primario (master) collegato a uno slave che funziona in parallelo, in modo che se il master si blocca, tramite un pulsante è possibile continuare a sottotitolare senza problemi. Comunque, per sicurezza, si fanno sempre almeno due prove prima dello spettacolo. Attualmente i tecnici stanno potenziando il programma affinché in futuro possa trasmettere fino a otto traduzioni simultanee. Il binomio opera-traduzione può sicuramente offrire uno sbocco professionale interessante da non sottovalutare.

Cinema? Sì, grazie, ma in catalano

February 5, 2010 by Giulia Bancheri  
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È noto che i catalani sono particolarmente gelosi e orgogliosi della propria lingua e della propria cultura, però l’ultima proposta del Governo autonomo ha messo sul piede di guerra i distributori cinematografici operanti in Spagna e all’estero. Tutto è nato dal fatto che la programmazione delle sale non prevede, salvo casi sporadici, film tradotti in catalano, quindi gli spettatori devono rassegnarsi alle pellicole doppiate in castigliano oppure in lingua originale con sottotitoli sempre in castigliano. Tuttavia nel 2011 le cose potrebbero cambiare, se verrà approvata la controversa legge sul cinema catalano attualmente allo studio.

La proposta di legge

In base alla proposta formulata, i distributori saranno obbligati a doppiare in catalano almeno la metà delle copie di ogni film in lingua straniera, pena sanzioni che andranno da 4.000 a 75.000 euro. Quanto alla versione originale sottotitolata in catalano, sarà incentivata grazie a una tassa che penalizzerà l’opzione del doppiaggio rispetto a quella del sottotitolaggio, anche nell’intento di avvicinare il pubblico alle lingue straniere.

Le reazioni

La voce contraria dei distributori non si è fatta attendere. L’estate scorsa il ministero della Cultura è tornato all’attacco, cercando di rabbonire le major che distribuiranno pellicole in catalano con la promessa di accollarsi le relative spese e di sostenere l’industria con gli aiuti necessari. La risposta è stata picche.

L’equilibrio linguistico tra catalano e castigliano si è ormai raggiunto in tutti gli ambiti culturali – teatro, letteratura, televisione e stampa – per converso al cinema la sproporzione balza agli occhi: 96,5 % di film in castigliano contro un misero 3,5% in catalano. Stando all’assessore alla Cultura, sarebbe auspicabile che l’offerta di pellicole in catalano arrivasse almeno a un 30%, rispettando così la libertà di scelta del consumatore.

La battaglia sarà molto dura: da un lato le major potrebbero decidere di escludere dai loro circuiti le sale catalane, dall’altro anche i distributori indipendenti verrebbero scoraggiati a causa dei costi di traduzione e di doppiaggio troppo elevati. Neanche gli esercenti delle sale sono d’accordo, benché la legge non preveda per loro l’obbligo di versare alcuna quota e anzi li sostenga qualora decidessero di utilizzare le copie doppiate o sottotitolate in catalano.

Un potenziale precedente?

A prescindere dalle opinioni sulla misura adottata, emerge chiaramente come ormai la traduzione non sia un mero veicolo e tramite culturale, bensì anche uno strumento socio-politico ed economico. Quello che più si teme è che la legge possa creare un precedente a livello nazionale ed europeo. Tutte le Autonomie con lingua propria, come la Galizia, la Comunità valenciana o i Paesi Baschi, in futuro potrebbero ventilare la stessa proposta, generando quello che per taluni è uno sconquasso inutile e niente affatto redditizio.