Scrittori-traduttori: un binomio che funziona

February 19, 2010 by Manuela La Porta  
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Manuela La Porta è andata a curiosare per i lettori di EST tra le interviste condotte da Rai Educational a più di 80 scrittori protagonisti della nostra letteratura più recente. Scrittori per un anno è un programma giunto alla terza edizione che raccoglie percorsi, impressioni e ricordi attraverso interviste molto intime e spontanee, selezionabili anche in base a percorsi tematici ben strutturati.

Avventura affascinante, viaggio verso l’opera, scoperta del tessuto linguistico. È ad Ulisse che Antonio Tabucchi paragona la figura del traduttore che, come un viaggiatore ed esploratore solitario, ha bisogno di due requisiti opposti ma paradossalmente imprescindibili per affrontare con successo la sua traversata della creazione letteraria: arroganza e umiltà.

Come Tabucchi anche Ivan Cotroneo sostiene che tradurre sia un importante esercizio di scrittura, una vera e propria disciplina. Il suo ingresso nel mondo della traduzione è stato casuale. Acquistata, da giovane e con fatica, una copia abbastanza costosa della traduzione di una sceneggiatura e rimastone deluso, decide di scrivere una lettera di protesta all’editore e di contro ottiene un’offerta di lavoro come consulente presso la casa editrice. Da qui parte la sua avventura di editor di testi inglesi e americani e poi di traduttore di Michael Cunningham e Hanif Kureishi. La traduzione, dice Cotroneo, aiuta a diventare più pazienti verso la propria scrittura, a essere disposti al cambiamento, alla negoziazione.

Un mestiere duro, quindi, quello del traduttore, tanto che Valerio Magrelli, traduttore di prosa, poesia e teatro, docente e scrittore tradotto a sua volta, legge, nella sua intervista, la traduzione di un testo francese del XVII secolo intitolato Contro la traduzione in cui l’autore afferma di essere contrario all’imitazione, di essere stufo di servire, di essere spossato dall’ingrato compito di capire “chi neppure si capì da se stesso”. Magrelli racconta poi di aver lavorato per Einaudi a un interessante esperimento letterario e linguistico, alla pubblicazione cioè della collana trilingue Scrittori tradotti da scrittori di cui fanno parte ad esempio il volume dedicato ad E.A. Poe tradotto in francese da Baudelaire e in italiano da G. Manganelli, L. Koch ed E. Mazzarotto o quello dedicato a J. Joyce con la traduzione in francese di Samuel Beckett, in italiano dello stesso Joyce insieme a N. Frank e con in appendice una nuova traduzione integrale dall’inglese di L. Schenoni.

L’avventura di traduttore di Carlo Fruttero inizia all’Einaudi, nei primi anni Cinquanta, e con Italo Calvino come compagno di stanza. Da lì, in quegli anni, passavano tutti i maggiori scrittori e intellettuali del tempo: Vittorini, Antonicelli, Venturi. Fruttero parla della sua esperienza di editor, traduttore e revisore e dei “furori” derivanti dall’ingrato compito di confrontarsi con traduzioni non sempre ben riuscite. Parla poi della sua collaborazione con Lucentini, l’incontro tra due personalità diversissime – Lucentini più razionale e controllato, Fruttero più amante della scoperta e della sorpresa – ma capaci insieme di trovare il giusto compromesso per dar vita a un’opera a quattro mani.

Jacqueline Risset, madrelingua francese a lungo vissuta in Italia, si affaccia alla traduzione con l’arduo compito di tradurre dal francese all’italiano, la sua seconda lingua, esperimento grazie al quale entra in contatto intimo con il nostro idioma e che le è servito per cimentarsi poi con una prova quasi impossibile, tradurre Dante in francese. La Divina commedia è un viaggio iniziatico, dice Jacqueline, e solo se siamo capaci di sentirne il ritmo potremo compierlo insieme all’autore. Il ritmo, sì, quando entriamo nel ritmo di un testo siamo in grado di tradurlo. Per questo motivo, secondo Risset, l’inizio di una traduzione difficilmente riesce bene.

E dell’importanza del ritmo parla anche Paolo Nori in un’interessante analisi del rispetto, da parte del traduttore, delle intenzioni non solo di senso dell’autore ma anche di suono. A riprova di ciò Nori ci legge l’inizio di un romanzo di Dostoevskij Memorie dal sottosuolo, una vera e propria “trottola sonora” generata dalla presenza costante ma ogni volta cambiata di posto di pronome, sostantivo e aggettivo all’interno delle prime tre frasi. Un ordine delle parole preciso, che ci restituisce, oltre al ritmo della narrazione, l’immagine del personaggio e che se non viene rispettato comporta una perdita doppia.

Visita all’Accademia della Crusca

December 4, 2009 by Manuela Manelli  
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Crusca

Le origini

Di recente sono stata a Firenze in visita all’Accademia della Crusca, la più prestigiosa istituzione linguistica italiana, fondata a Firenze nel 1583. Una gentile signora ci raccontava che i soci fondatori erano poeti, letterati, uomini di diritto che si radunavano periodicamente per recitare cruscate, cioè dialoghi ragionati pronunciati in tono burlesco. Si facevano quindi chiamare “crusconi”, in contrasto con i raffinati accademici della rigida Accademia fiorentina.

Sotto la spinta di Leonardo Salviati, l’Infarinato (1540-1589), proprio a partire dal 1583 l’Accademia prese nuova forma, seguendo il fine che gli Accademici si proponevano: mostrare e conservare la bellezza del volgare fiorentino, modellato sugli autori del Trecento: Dante, Petrarca e Boccaccio.

Gli Accademici della Crusca iniziarono così a dedicarsi allo studio della lingua italiana cercando di distinguerne la parte “buona e pura” (la farina) dalla parte “cattiva ed impura” (appunto, la crusca). Il simbolo dell’Accademia, infatti, è un frullone, o buratto, che riporta il motto petrarchesco Il più bel fior ne coglie, che sta a indicare l’ampio e infinito lavoro di selezione e classificazione del Vocabolario italiano. A ogni accademico veniva attribuito un simbolo legato all’immagine del pane che veniva dipinto, solitamente accompagnato da un verso tratto dalla Divina Commedia, su pale di legno.

All’interno dell’Accademia vi è una sala, la cosiddetta “Sala delle Pale”, in cui si possono ammirare le 152 pale rimaste. All’interno di questa sala, inoltre, si trovano ancora oggi i seggi dalla forma della cesta del pane e gli schienali realizzati con pale da forno.

Traduzione e panificazione

La metafora della panificazione mi ha portato subito alla mente il documentario “Tradurre” di Pier Paolo Giarolo che lo scorso settembre ha dato il via alla VII edizione delle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino.
Se dal Dizionario ricaviamo la materia prima filtrata dalle sue “impurità”, il prodotto finito è il risultato di una serie di fasi che vanno dall’impasto, alla lievitazione e alla cottura nel forno, che però possono dare forme diverse e sfumature di sapori alle nostre pagnotte, a seconda delle ricette (o tradizioni) e dei paesi in cui ci troviamo.

breadOggi l’Accademia della Crusca offre presso la sua biblioteca una ricchissima bibliografia e tutti i dizionari italiani pubblicati ad oggi; collabora con il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) alla stesura dell’Opera del Vocabolario della Lingua Italiana, un database che raccoglie materiale lessicografico da testi scritti tra il XVI e il XIX secolo e che si propone come una possibile fonte storica, descrittiva e normativa dell’italiano; online si trova anche la versione elettronica del primo Vocabolario della Lingua Italiana, del 1612, versione realizzata con la collaborazione del Centro di Ricerche Informatiche per i Beni Culturali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Per finire, periodicamente l’Accademia pubblica la rivista semestrale “La Crusca per voi” che si preoccupa di rispondere a domande pratiche proposte da lettori o studenti su problemi legati all’uso della lingua italiana oggi.

Foto: “Bread” di adactio su Flickr Creative Commons

La traduzione pubblicitaria secondo Giancarlo Livraghi

April 17, 2009 by Silvia Di Persio  
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tombino_galleryDal mestiere di scrivere a quello di comunicare passando attraverso la riflessione sulle tecnologie e sui nuovi mezzi espressivi. Con alcune incursioni nel mondo della traduzione come curatore dell’edizione italiana di moltissimi testi. Si potrebbe sintetizzare in questo modo il percorso professionale e di pensiero di Giancarlo Livraghi, uno dei maggiori copywriter ed esperti di comunicazione italiani. Dal 1966 sua la gestione dell’agenzia pubblicitaria McCann-Erickson italiana cui segue nel 1975 il trasferimento a New York come executive vice-president della McCann-Erickson International. Nel 1980 Giancarlo Livraghi torna in Italia come socio di maggioranza della Livraghi, Ogilvy & Mather, diventata in pochi anni una delle principali agenzie italiane, per lasciare nel 1993 il mondo della pubblicità e fondare l’anno successivo ALCEI, l’Associazione per la libertà della comunicazione elettronica interattiva. Oggi i suoi scritti e le sue riflessioni sono liberamente consultabili (e scaricabili) sul sito gandalf.it. Tra questi Ambiguità della lingua inglese (e possibili errori di traduzione), una divertente guida ai falsi amici della lingua inglese già segnalata in un precedente articolo, e un breve scritto sui pericoli della letteralità nella traduzione, La stupidità delle traduzioni. Abbiamo incontrato questo professionista della parola scritta per parlare di traduzione pubblicitaria. Partiamo da una precisazione:

Signor Livraghi, in una sua precedente intervista ho letto che non ama la definizione di “creativo”, preferendo piuttosto quella di “writer”. È sempre questa predilezione per una professionalità più direttamente legata alla scrittura che l’ha portata, nella sua lunga carriera, a confrontarsi anche con il mestiere del traduttore curando l’edizione italiana di diversi volumi stranieri?

Quel percorso è cominciato molto prima – e per altri motivi. Sono pochi i libri stranieri di cui ho curato l’edizione italiana. Non sono traduzioni, ma rielaborazioni dei testi originali, con annotazioni, commenti, aggiunte e approfondimenti.
Sono molte, invece, le circostanze in cui mi sono trovato, e mi trovo, a lavorare e comunicare quotidianamente in più di una lingua.
Per esempio il mio libro Il potere della stupidità, nato all’origine da alcuni articoli che avevo scritto in inglese, ha avuto poi tre edizioni italiane – e ora, nel maggio 2009, uscirà (per la prima volta come libro) in inglese. Non è una traduzione, ma un testo ripensato e riscritto in una lingua diversa.

Nella sua lunga esperienza di copywriter si è sempre affidato a dei traduttori o  le è capitato di tradurre lei stesso  delle campagne pubblicitarie?

Ho sempre lavorato in un contesto internazionale e perciò non mi è mai capitato di dover ricorrere a traduttori “esterni” – mentre è sempre stato, e ancora è, frequente che mi trovi a trasferire in un’altra lingua lo stesso concetto. Nello sviluppo delle campagne erano coinvolti, secondo le esigenze di ciascuna, i nostri colleghi di nazionalità e lingue diverse – con le loro capacità non di “tradurre”, ma di interpretare strategie e forme espressive secondo le situazioni culturali e di mercato.

Quali sono state le campagne che ricorda come più problematiche nella localizzazione sul mercato italiano?

Quelle in cui il concetto originale non era adatto alla nostra lingua, alla nostra cultura o alle esigenze di comunicazione in Italia, e perciò doveva essere cambiato o rielaborato. Cosa, in molti casi, capita bene da tutti e perciò gestita efficacemente e senza contrasti. Talvolta più difficile e complessa quando era meno facile spiegare i motivi delle differenze.

Vuole raccontarci un episodio aneddotico riguardo ai problemi posti dalla traduzione pubblicitaria?

Gli aneddoti potrebbero essere tanti, ma la sostanza è una. Nella la mia esperienza non si tratta mai di traduzioni, ma di ridefinire una campagna, quando si trasferisce da un paese all’altro, secondo le esigenze di ciascun paese e di ciascuna situazione. È importante (anche se purtroppo non tutti lo sanno fare bene) che se una strategia o un concetto è destinato a diffusione internazionale sia concepito fin dall’inizio in modo da essere “declinabile” in contesti diversi.
Se vuole un episodio curioso, eccolo. Incredibile, ma vero. Ai tempi in cui per i film si usava ancora la pellicola, un mio collega a Milano scrisse a New York chiedendo una “pizza”. Gli americani furono molto confusi dall’ipotesi di un catering transatlantico.

Cos’è cambiato da allora a oggi per quanto riguarda la traduzione pubblicitaria?

Nella sostanza, nulla. I problemi nel trasferimento da una lingua a un’altra di un testo o di un pensiero sono sostanzialmente gli stessi da migliaia di anni. Oggi, con sistemi spesso fortemente “centralizzati”, accade che le organizzazioni locali si sentano “deresponsabilizzate” e perciò adattino passivamente, con risultati spesso inadeguati, talvolta grotteschi. Ma accade anche il contrario, cioè che ci siano resistenze ingiustificate, del tipo “questo non va bene in Germania”, quando basta capire come un concetto possa funzionare se lo si ridefinisce in un diverso contesto culturale anziché banalmente tradurlo in un’altra lingua.

Una riflessione sulle peculiarità culturali nella localizzazione da diverse lingue all’italiano: quali sono a suo avviso i problemi che si pongono in termini socio-culturali nel caso della localizzazione sul mercato italiano di campagne nordamericane rispetto a quella di campagne spagnole?

Non mi sembra che ci siano differenze “standardizzabili”. La sostanza dei problemi di traduzione è la stessa in tutte le lingue. Ovviamente con lo spagnolo si può essere ingannati dalla somiglianza (parole simili hanno significati diversi) e con l’inglese c’è il problema degli inglesismi, cioè parole che in italiano hanno assunto un significato diverso (o, viceversa, si può trattare di parole italiane usate diversamente in inglese). Ma le “generalizzazioni” servono più a disorientare che a capire. Ogni caso deve essere gestito e “vissuto” nella sua individualità.
Un fatto di cui è bene tener conto è che ci sono rilevanti differenze nell’uso dell’inglese (quello britannico è diverso dall’americano – e ci sono altre varianti). Anche lo spagnolo ha parecchie variazioni nell’America latina rispetto al “castigliano” originale. Il brasiliano è diverso dal portoghese. Eccetera…

Lei ha scritto:
Quando avevo diciott’anni … mi occupavo di un minuscolo giornale. Ho imparato fin da allora a combattere con le “tirannie dello spazio”, con chi voleva cambiare un mio articolo o con chi aveva scritto qualcosa che sentivo di dover cambiare, con chi faceva titoli che non c’entravano col testo … E in infinite altre occasioni mi sono trovato a combattere con “grafici” che badano a una loro soggettiva idea dell’estetica e rendono i testi illeggibili.
Per cosa ha dovuto invece combattere con i traduttori?

Come ho già spiegato, nella mia esperienza le traduzioni, o più in generale la necessità di esprimersi in lingue diverse, sono sempre state esperienza quotidiana. Talvolta c’era qualche difficoltà se una traduzione, che poteva sembrare “letteralmente” corretta, non trasferiva efficacemente un concetto o un’idea.
Un problema diverso è che mi trovo continuamente, e con parecchio fastidio, a “combattere con i traduttori” quando leggo un libro, un articolo o qualcos’altro in cui un errore di traduzione stravolge il significato o un’ambiguità linguistica (o culturale) provoca incomprensioni e malintesi.

Darebbe un consiglio, uno spunto o un vademecum su come muovere i primi passi verso la professione di “traduttore pubblicitario” agli utenti di EST interessati a questo ambito di traduzione?

Non fare traduzioni “letterali”. Capire la sostanza, le intenzioni, lo stile, il tono, gli obiettivi e il contesto per potersi esprimere in modo concettualmente efficace, anche quando per esserlo deve sembrare meno “fedele” all’originale. Evitare i manierismi, i pressapochismi, le banalità e i “modi di dire” che impoveriscono il linguaggio e ne compromettono la chiarezza e l’efficacia.

The Restless Mind of a Techie Translator (Una maledizione del traduttore)

March 26, 2009 by Claudio Maioli  
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Capita a molti con le canzoni: ne ascolti una e fai fatica a togliertela dalla mente. A volte non c’è neppure bisogno di averla ascoltata da poco: è già là, gira in qualche circuito neurale, non puoi riconoscerla, suddivisa in pacchetti secondo un protocollo che non conosci, pacchetti biochimici (neuro-psicobiochimici?) che viaggiano a alta velocità di sinapsi in sinapsi, di dendrite in dendrite mentre tu inconsapevole cerchi di rallentare l’ossidazione bevendo una tazza di tè verde, rischi di riaccelerarla davanti alla tv, scrivi, mangi, fai la doccia… How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish resign’d;
Labour and rest, that equal periods keep;

Poi d’improvviso compare. Da dove? Sono mesi o anni che non la senti eppure è già là: sembra imprigionata nei solchi di un vecchio disco rotto, in un nastro chiuso a anello o nelle lacune di un CD violate dallo sguardo laser indifferente e indiscreto di un lettore che ogni tanto si incanta.

Non vale solo per le canzoni, s’intende. Può essere un’ouverture. O un lied. O il disegno ritmico ostinato di un rap. Non importa. Quando arriva a colpire il timpano virtuale del tuo orecchio interiore, quell’oggetto sonoro, fino a poco prima né identificato né sospettato presente, non ti molla e non ti mollerà per ore, in qualche caso per l’intera giornata.

Capita a molti, che siano dottori, ingegneri, fattorini, elettrauto, dentisti, giardinieri, fornai. Ma chi per mestiere scrive o traduce è esposto a un altro rischio: cadere preda del suono… di una parola. E tra chi scrive o traduce esiste una categoria ancora più vulnerabile: il traduttore tecnico.

Oggi ti senti sicuro, non accadrà, sei esonerato. È sabato, hai finito la revisione, il tuo ultimo lavoro attraversa la rete in un lampo e con lui svanisce rapido l’ultimo elenco di una settimana intensa e variegata: pompe peristaltiche, turbine eoliche, valvole di ritegno, elettrovalvole, fistole, leopardi delle nevi, cristalli giganti, dosatori, cilindri idraulici, schede madri (ti sei dovuto piegare al doppio plurale), tempistica (quelle horreur!) e naturalmente snippet, widget, triplet, weblog, login… Una oscena litania dell’onniscienza che per fortuna si dissolve in fretta come i ricordi di Se mi lasci ti cancello, titolo italiano discutibile e discusso del film Eternal Sunshine of the Spotless Mind (l’inglese è un verso della lettera di Eloisa a Abelardo). Dunque sono salvo e potrò distrarmi, magari proprio con la lettura di Pope.

Ma la maledizione (esterna) del traduttore tecnico a riposo, l’incantesimo delle parole, può contare su una “talpa”, una passione forte che mi accompagna da anni e che ora, celandosi, cospira contro di me. Infatti, quando di colpo il termine-futuro-tormentone si affaccia alla coscienza non lo riconosco. Una piccola sciagura per chi è abituato a sciogliere compulsivamente ogni nodo lessicale si frapponga tra lui e la conoscenza del mondo: resistere non sarà facile.

La parola è RODIGGIO. Provo a ignorarla: tante ne passano per la mente e tolgono presto il disturbo. Lei no, lei si mette a girellarmi in testa formando subito un vortice. In questi casi l’antidoto primario è andare a vedere ma oggi non voglio, mi aspetta (e mi spetta) la storia tragi-romantica dei due sfortunati amanti. Resisterò. E per essere più sicuro di farcela scarico il testo dall’internet, lo stampo, spengo il computer e mi metto a leggere in poltrona.

Da non credere! Tempo di raggiungere la strofa e il RODIGGIO si ficca in ogni verso. Dovevo pensarci: il destino “se lo assecondi ti guida, se gli resisti ti trascina”. Eccomi qui alle prese con un grottesco pastiche:

The world forgetting RODIGGIO, by the world forgot.

Eternal sunshine of the RODIGGIO’ s spotless mind!

RODIGGIO Each pray’r accepted, and each wish resign’d

Di qualsiasi cosa si tratti, so che ha vinto. Prima di piegarmi del tutto tento con l’antidoto secondario: immaginare possibili definizioni come si fa nel bel “gioco del vocabolario”:

1) s.m., rodaggio limitato ai primi 1000 km, 2) s.m., arc., villano dedito all’alcol il cui volto facilmente si infiamma, 3) n.p., Sir Rodigy, it.zzato in Don Rodiggio, eroe negativo di una saga ambientata nel ‘600 britannico, 4) s.m., animale mitico simile a un grosso roditore particolarmente estroverso (es. fare il rodiggione)

Niente, non funziona, il vortice continua. Allora mi arrendo a WikiPedia. E finalmente sono libero. Anzi felice: l’oggetto misterioso c’entra con la mia forte passione “talpa”, i treni. Che hanno fatto (me inconsapevole) da attrattori dopo averne consentito l’amnesia. Conosco il RODIGGIO come le mie tasche, nella mia non breve carriera di “traduttore da marciapiede” (pendolare ferroviario) ne ho visti a centinaia. E voi? Un consiglio: non cercatelo sul dizionario, spesso non c’è. Meglio qui. Vedrete: da oggi mai più senza.

Scriverne di tutti i colori: i traduttori e la letteratura di genere

March 5, 2009 by Flavia Cerrone  
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Sfortunatamente sono già iniziati i quattro incontri denominati Scriverne di tutti i colori. La letteratura di genere raccontata dai traduttori.

I primi due (avvenuti a febbraio) si sono occupati della letteratura “Noir” e “Rosa” con dibattiti su L’ultimo vero bacio di James Crumley e Baciata dal desiderio di Kim Lawrence.

Ma si è ancora in tempo a partecipare agli incontri su “Giallo” e “Fantasy” che avranno luogo il 12 e il 19 marzo alle 18.30 presso la biblioteca Enzo Tortora a Roma, dove verranno discussi Ma liberaci dal male di Romain Sardou e Brisingr, o Le sette promesse di Eragon Ammazzaspettri e Saphira Squamediluce di Christopher Paolini.

Lo scopo degli incontri è quello di stabilire se esista davvero un confine tra la letteratura “alta” e quella “commerciale” e se abbia ancora senso parlare di classificazione di generi letterari, poiché i confini tra i generi sono sempre più vaghi e le contaminazioni sempre più comuni.

Gli incontri sono stati promossi e organizzati dal Progetto Casa delle Traduzioni delle Biblioteche di Roma e da Marina Rullo e Vincenzo Barca per Biblit.

Date un’occhiata al programma-scriverne-di-tutti-i-colori, è piuttosto interessante!

Impigliato nella rete

March 5, 2009 by Claudio Maioli  
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Reti colorate

Se le cerchi si nascondono. Non sempre. Ma spesso preferiscono affacciarsi quando pare a loro. La prima idea di oggi era uno scritto o una breve serie intitolata Leggere per scrivere e dedicata a alcuni libri fondamentali, i miei livres de chevet, quei libri da tenere sul comodino, da aprire ogni tanto e leggere a caso per trovarvi qualche risposta, qualche buona domanda o un po’ di conforto e da trasformare quando esci in livres de sac à dos per portarteli appresso.

Dunque un titolo c’era. Ma subito l’ipertesto si è messo in moto. Quei libri, ho pensato, sono come breviari. “Ecco”, mi dico, “forse sarebbe meglio Breviario o Breviari, magari senza metterlo subito per creare un pizzico di suspense…”. La suspense, ho letto mille volte in tanti e tanti manuali di scrittura, non è esclusiva di gialli, noir, avventure, meglio se c’è in ogni testo, serve a incuriosire il lettore perché non abbandoni troppo presto… Ci vuole un altro titolo. Mi viene Amici fidati. Non è meraviglioso, anzi è un po’ stucchevole, retorico e… canino. Lo terrò solo come indicazione. Intanto mi occupo del breviario, poi penserò a come costruire la sorpresa.

Cerco in rete. La prima occorrenza è Breviario romano, libro liturgico. A me breviario interessa nel significato esteso di compendio, riassunto, sommario, come trovo alla 3a voce del De Mauro Paravia online:

http://www.demauroparavia.it/lemmario

(TS lett, ovvero tecnico – specialistico in letteratura, dicono le abbreviazioni che precedono il termine Sinonimi).

Potrei tornare a Google, invece indugio. Basta un attimo: accanito, l’ipertesto si rimette a vagare. Gira il mondo gira//nello spazio senza fine… “Come si dirà in inglese? E magari in francese e spagnolo?” “Che te ne importa?” “Lasciami fare.” . L’accanito scalpita. Come per il destino, anche per lui vale che se lo assecondi ti guida, se gli resisti ti trascina. Dunque lo lascio fare, anzi: MI lascio fare.

Apro WordReference (http://www.wordreference.com/It/), dizionario in rete con varie coppie di lingue (una è sempre l’inglese, non sono ammessi gli incroci). Unica traduzione è book of hours. Mi piace, sa di compagnia, la compagnia di un libro evoca belle immagini di quiete, interesse, attenzione ma anche conforto, proprio ciò che tante volte si cerca nei libri da comodino (o da zaino). Bene, vedo ancora la riva, è un conforto, mi quieto. Ma con la troppa quiete non si va lontano. Così metto book of hours nel motore di WordReference, cambio coppie linguistiche, trovo in francese livre d’heures. E allora? Allora lo prendo e lo cerco nell’altra direzione, dal francese all’inglese (non mi chiedo perché, ormai sono lanciato), Trovo questa risposta:

No translation found for ‘livre d’heures’.

Non male. Mi ostino, avevo detto “magari in spagnolo”, ma prima, ormai sospettoso, cerco book of hours verso l’italiano e qui la coppia funziona, mi si restituisce breviario. Vuoi vedere che funziona anche con lo spagnolo? Sì e no. L’espressione non c’è, scorro, scorro e, poiché so, trovo

prayer book, devocionario (religión) e prayer book, libro de oraciones (religión).

Per scrupolo vado fino in fondo alla pagina:

Forum discussions with the word(s) book of hours in the title:

No titles with the word(s) book of hours.

Mi basta. Anche perché si affaccia un’altra urgenza in forma di binomio fantastico, la tecnica inventata da Gianni Rodari per mettere in moto l’immaginazione e produrre storie. Il mio binomio è composto da breviario e spagnolo. Tra le associazioni con spagnolo, che non conosco come lingua, si affaccia per prima una frase: Adelante, Pedro, si puedes.   Torno alla rete e propongo a Google un mio binomio che in realtà è un trinomio: breviario promessi sposi. Trovo un passo già nel primo snippet (vuol dire ritaglio, è il testo subito sotto il link (I promessi sposi: storia milanese del sec. XVII. – Risultati da Google Libri di Alessandro Manzoni - 1828) che in poche righe informa sul contenuto della pagina), poi apro. L’indirizzo è lunghissimo. Meglio il passo, magari dall’inizio:

“Per una di queste stradicciuole, tornava bel bello dal passeggio verso casa, in sulla sera del 7 di novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovano nel manoscritto, né in questo luogo, né in seguito. Diceva tranquillamente il suo uffizio, e alcuna volta, tra un salmo e l’altro, richiudeva il breviario tenendovi entro, per segno, l’indice della mano destra…”

Lo leggo e lo rileggo tante tante volte, sono incantato. E pensare che al ginnasio…

L’idea era un’altra, ho finito per lasciare i miei livres de chevet sul comodino. Ma va bene così, anzi: chissà che non ne aggiunga uno, tornato da tanto lontano. Anche questo può accadere quando si resta impigliati nella rete.

Foto Nets su Flickr di miemo

Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada: uno scrigno di consigli

February 19, 2009 by Flavia Cerrone  
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Per chi si avvicina al mestiere della scrittura il libro di Luisa Carrada è una piccola Bibbia da portare sempre con sé.

Il testo, estremamente scorrevole e godibile, rispecchia in pieno uno dei consigli che l’autrice suggerisce ai suoi lettori: usare uno stile il più possibile vicino alla lingua parlata, il che non significa trascrivere il parlato “ma usarlo come un buon punto di partenza per lavorarci su e magari andare molto più lontano”.

Il libro affronta in particolare la tematica della scrittura per il web, dispensando comunque consigli validissimi per tutti i tipi di scrittura (professionale e non),  consigliando come usare la sintassi, cosa prediligere e cosa evitare.

Si parte dal rapporto tra scrittura e immagine e dall’analisi di come un lettore percepisce i testi sul web e di come uno scrittore debba adeguarsi a questo specifico modo di leggere attraverso accorgimenti stilistici e grafici, e sempre tenendo a mente i famigerati motori di ricerca.

Luisa Carrada passa poi in rassegna varie tipologie di testo (abstract, executive summary, comunicato stampa, white paper, brochure, case study, annual report, ecc.) identificando gli scopi di ogni tipo di testo e suggerendo i metodi migliori per affrontare la loro composizione.

Infine, una riflessione sui blog aziendali e personali come laboratori di scrittura (compreso il blog dell’autrice) e sulle e-mail come biglietti da visita del mittente, da scrivere quindi con estrema cautela.

Il tutto è corredato da numerosi esempi, immagini e moltissimi spunti bibliografici e sitografici commentati per aiutare il lettore nella scelta dei testi da approfondire.

Ogni volta che apro questo piccolo libro trovo sempre qualche spunto utile e interessante: un aiuto prezioso, preziosissimo.

Luisa Carrada, Il Mestiere di Scrivere, Apogeo, 216 pp, €13.00 davvero ben spesi.