Il protagonista che non c’era
April 29, 2009 by Silvia Di Persio
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Se gli elementi della situazione riportata nel video della settimana di EST potessero essere riorganizzati come tessere di un puzzle ideale per analoghi scenari, la collocazione dell’ultimo tassello svelerebbe una presenza inattesa. Da una parte un pubblico urlante in pieno delirio di riconoscenza per i romanzi della saga di Twilight che narrando le vicende di Edward il vampiro e della giovane Bella hanno saputo parlare ai turbamenti e alle passioni crepuscolari degli animi romantici. Dall’altra, sul palco, l’oggetto di tanta acclamazione. Non l’autrice Stephenie Meyer che a partire da Twilight ha dato vita alla fortunatissima saga riproponendo in chiave attuale i principali ingredienti del gotico. Né gli attori protagonisti della versione cinematografica del romanzo, già decretati nuovi idoli delle teenager. Ultimo tassello e inaspettato pezzo a completamento del quadro sarebbe in questo caso il traduttore.
È con questa bella novità che si presenta il primo raduno nazionale dei fan di Twilight tenutosi a Volterra il 19 aprile scorso, con Luca Fusari, traduttore della saga della Meyer in questo caso ma con alle spalle un già solido percorso nella traduzione editoriale, tra i suoi ospiti più acclamati. Una dimensione insolita quella della ribalta per una professione la cui invisibilità, quando non correlata a indeterminatezza di status professionale e a tariffe inadeguate, può essere ascritta a una scelta ben precisa.
È allo stesso Luca Fusari che rivolgo queste osservazioni: «Le mie apparizioni pubbliche legate a Twilight – risponde Luca – in realtà sono state soltanto tre, e in due casi ho parlato di fronte a un pubblico in cui i/le fan erano in minoranza (un incontro con alunni delle scuole superiori del trevigiano, alla fine del 2007, e un dibattito sul rapporto fra traduzione del libro e adattamento della sceneggiatura del film, organizzato lo scorso marzo all’interno del Centro Traduttori della Children’s Book Fair di Bologna); inoltre ho contribuito all’antologia de Il mestiere di riflettere e anche di quella mi è capitato di parlare in occasioni formali. Perciò discutere in pubblico del mio mestiere non è una novità assoluta per me, e sono ben contento di poterci mettere la faccia quando capita: nell’invisibilità preferisco calarmi quando sono davanti al computer o al libro, a lavorare, mentre quando si tratta di fare divulgazione pura e semplice sulla nostra professione o di mettersi in gioco per sottolineare l’importanza del traduttore (come del revisore, del correttore di bozze e del resto dei ruoli ‘invisibili’ della filiera) sono ben contento di non risultare poi così trasparente. E comunque credo che la venerazione delle fan non vada a me in quanto “divo” ma alla figura del traduttore, del catalizzatore che riscrive un libro altrui e lo trasporta all’interno di un’altra cultura, e sia più che altro un tributo all’importanza del lavoro che svolgiamo».
Rimane allora il fatto, positivo, che un simile tributo possa considerarsi un premio per i tanti sforzi che vengono compiuti quotidianamente in direzione di una maggiore visibilità, intesa come rafforzamento dello status della professione attraverso il riconoscimento. A precedere di pochi giorni il raduno di Volterra, l’intervento sul tema da parte di una delle principali artefici di questi sforzi, la fondatrice di Biblit Marina Rullo, nella puntata di Tradurre del 16 aprile dedicata alla visibilità della professione sul web.
E del resto è proprio alla rete e alla sua capacità di mettere in comunicazione ambiti altrimenti distinti nella sfera del non-virtuale che la popolarità di Luca presso il grande pubblico di Twilight rimanda, delineando i tratti del nuovo rapporto traduttore-fruitore del prodotto culturale tradotto. È infatti sufficiente inserire il suo nome su Google per incontrare le numerosissime manifestazioni di gratitudine per il lavoro di traduzione svolto da parte delle fan della saga, oltre a un fan club dedicato proprio alla sua figura e al suo lavoro. Sono l’entusiasmo e il sentimento di gratitudine nei confronti di chi rende fruibile il prodotto amato che nutrono questa attenzione nei confronti del traduttore, in modo analogo a quanto si verifica da parte dei fruitori dei prodotti audiovisivi stranieri nei confronti dei sottotitolatori amatoriali delle diverse community web di fansubbing.
Una stessa urgenza di fruizione, accanto a una più diffusa conoscenza della lingua inglese, alla base della popolarità di entrambi, che si sviluppa nel più ampio fenomeno delle culture partecipative. Ma se nel caso del sottotitolaggio amatoriale i due fattori stimolavano l’accesso al lavoro di traduzione e l’inizio di un percorso che si apriva anche a opportunità professionali, nel caso della popolarità di Luca è la curiosità nei confronti della doppia vita linguistica del prodotto amato che alimenta l’attività comunitaria sul web. Come testimoniano in Il mestiere di riflettere Federica D’Alessio e Chiara Marmugi, le due traduttrici che a partire dal romanzo Eclypse collaborano con Luca, le appassionate di Twilight non si accontentano di leggere il libro in italiano ma confrontano e commentano le due versioni in forum dedicati, valutando in modo continuo la qualità del lavoro di traduzione. Chiedo a Luca se ha mai ricevuto delle critiche o delle contestazioni al riguardo «Certo che sì – risponde – ma per quanto ne so riguardavano sfumature o casi in cui io e la redazione abbiamo dovuto compiere scelte arbitrarie (questo “I love you” è un “ti amo” o un “ti voglio bene”?), nonché di un ulteriore appiglio per spiegare in pubblico che la traduzione non è sempre una scienza esatta (almeno secondo me)».
Spiegazione pubblica che si riflette in una crescente presa di coscienza rispetto al valore dell’attività traduttiva; una consapevolezza che inevitabilmente si riversa in modo positivo sulla visibilità e sullo status del traduttore.
In questo senso mi chiedo se un tale esempio di riconoscimento mediatico, oltre a nascere a valle del prodotto letterario, dalle passioni dei fruitori, non sia anche frutto di una strategia editoriale mirata a dare la giusta evidenza al ruolo del traduttore nella catena di post-produzione editoriale. Ma a quanto pare non lo è: «Tutto è stato frutto esclusivo della passione delle fan della saga di Twilight – conferma Luca – e non c’è stato alcun calcolo o strategia editoriale. Tanto che questa sorta di impennata di popolarità mi ha colto davvero di sorpresa, dal momento che l’ultima traduzione di Stephenie Meyer l’ho consegnata nell’estate del 2008 e nel frattempo mi sono dedicato ad altro, oltretutto lavorando con editori con i quali collaboro da tempo in maniera del tutto autonoma dalle faccende vampiresche. Visto dall’interno, l’exploit di visibilità che ho avuto è una semplice parentesi all’interno di un tran tran lavorativo denso e serrato come, penso, quello di qualunque altro professionista del settore».
Una parentesi, certo, ma che sarebbe bene estendere in favore di una visibilità anche esterna del tran tran lavorativo denso, serrato e silenzioso di ogni traduttore.
Foto: “There are no extra pieces in the universe. Everyone is here because he or she has a place to fill, and every piece must fit itself into the big jigsaw puzzle.” di miss_blackbutterfly su Flickr Creative Commons
Sull’esistenza (fisica) dell’mp3
April 29, 2009 by Claudio Maioli
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Tutto ciò che può essere detto
può essere detto a tutti
(B.Porena)

Scrivo a penna su un foglio mp3. Che cosa ho fatto? Ho tracciato dei segni che chi condivide con me almeno la lingua (parlata e scritta) e una cultura di base molto probabilmente pronuncerà, a mente o a alta voce, “emmepitre”. È un oggetto? Fisico? Sì, è un segno tracciato su carta con l’inchiostro o meglio un aggregato di segni, appena più semplice della parola aggregato.
Che cosa vuol dire? Come quasi sempre la prima risposta esatta è “dipende”. Forse si tratta di una sigla, di un acronimo.
Faccio un passetto e trasformo la trilettera mp3 nel binomio file mp3. Anche un lettore del tutto estraneo a computer e informatica può sospettare che file mp3 dica più del semplice mp3 e esserne rassicurato.
Se poi il binomio diventa file in formato mp3 la quantità di informazione è senz’altro aumentata e con essa il valore di realtà.
Ma cominciamo dal principio e per essere precisi da una domanda:
- Che cos’è un mp3?
Da tanti anni M. mi stimola con le sue domande.
- In che senso?
A volte, lo so bene, è irritante rispondere a una domanda con un’altra domanda, ma altre è doveroso.
- È fisico?
Aspetto, per come la conosco aggiungerà qualche parolina. Se sapere rispondere (specie a domande tecniche) è una faccenda complessa, saper chiedere è un’arte.
- Questi mp3 si ficcano dentro quei cosi per sentire la musica, no? quelle scatolette piatte.
- Gli iPod?
Le direi volentieri che iPod è ormai l’antonomasia dei lettori multimediali, che solo alcune di quelle scatolette piatte sono veri iPod, ma credo che lo sappia. E poi non mi dà il tempo.
- Sì, quelli. Gli mp3 si mettono lì dentro, no? Che cos’è un mp3? Un oggetto fisico? Esiste FISICAMENTE?
Non posso sottrarmi, quando vuole sapere una cosa non molla facilmente. Del resto è il suo bello, una vera manna per chi come me pretende e predica che tutto può essere detto a tutti. Quel che fa di lei l’interlucutrice ideale del divulgatore-didatta accanito è soprattutto il suo rapporto con le tecnologie, un rapporto in continuo divenire soggetto a cambiamenti continui piccoli e grandi. M. usa da anni il computer e l’informatica e sa molto più di quanto sappia di sapere (una sindrome piuttosto diffusa). Di certo anche sugli mp3. Ma non ha avuto occasione di rifletterci. Almeno fino a qualche giorno prima di pormi la domanda. Come accade a tutti con i ricordi, la nuova curiosità di M. è fortemente motivata dagli affetti: da quello per me (unito alla fiducia che non uscirà dal nostro scambio comunicativo peggio di come ne sia entrata) a quello della causa che di recente l’ha avvicinata agli mp3: sta registrando come volontaria un audiolibro per non vedenti e consegna i capitoli in formato mp3. Di qui l’urgenza della domanda, che riprendo nella sua ultima espressione:
- [L'mp3] Esiste FISICAMENTE?
Mi verrebbe da rispondere ancora con una domanda:
- È forse fisico il pensiero?
Ma evito per alcune ottime ragioni: non voglio ripetere l’errore retorico (rispondere a una domanda con una domanda), non sono ferrato in filosofia e non voglio commettere un grave errore di comunicazione: tirare in ballo i massimi sistemi creerebbe del disagio in M., che potrebbe associarne il sentimento all’oggetto della sua curiosità ricacciando l’mp3 nel mistero da cui cerca di liberarlo.
Provo a accontentarmi di una vulgata un po’ rozza:
- L’mp3 è un modo per codificare i suoni e la codifica…
È fisica la codifica? Potrei mettermi in guai seri. Prima di cambiare strada chiedo tempo e mi aiuto con un dizionario italiano online, cerco prima codifica, poi giocoforza codificazione (l’accezione pertinente è traduzione di un messaggio in un determinato codice) e quindi codice (qui scelgo sistema convenzionale in cui a lettere, numeri, parole o altri simboli sono assegnati dei significati arbitrari…). A proposito di codice mi trattengo a fatica dal dirle che il 27 aprile ricorreva l’anniversario della nascita di Samuel Morse (la pagina che gli dedica Wikipedia è di grande interesse), come ci ha ricordato Google con un logo sobrio e elegante:
Approfitto di un silenzio comprensibile quanto allarmante:
- Ce li hai presenti i dischi? I dischi hanno dei solchi, per la verità sono delle spirali, una per ogni brano inciso. Bene. I solchi sono fisici.
- E allora?
I solchi sono fisici, a che somigliano? Prendiamone uno solo per semplicità, una sola spirale. A che cosa fa pensare? Sì, ci sono.
- Pensa al solco a spirale come al modellino di una trincea che in sezione si restringe dall’alto verso il basso. Ci hai pensato?
- Più o meno.
- Ora immagina di essere in quella trincea, stai camminandoci dentro, la trincea ha pareti lisce di argilla, è stretta più o meno quanto il tuo corpo, puoi allargare i gomiti quel tanto che basta per lasciare dei segni sulle pareti, anzi un segno continuo, anzi due, uno per parete.
Sono quasi arrivato alla stereofonia e sto per incartarmi, mi vedo strangolato dall’imprudente e impudente fantasia della spirale. Corro ai ripari chiedendo tempo:
- Ci rifletto e ti faccio sapere. Va bene?
- Va bene.
Così mi congedo e resto solo con i miei pensieri fisici di dischi, argilla, solchi, microsolchi. La puntina incide il solco… e il fucile lo difende? Perbacco, difficile credere che non bevo… Riproviamo. Il solco rappresenta il suono, giusto? Devo partire dal suono. Che cos’è il suono? A esempio la voce. Parli in un microfono, anzi no, parli e basta. Meglio se canti. Ecco, sì, canti.
Non va bene, M. si è sempre dichiarata stonata. Torno alla parola. Sei a casa e parli. C’è qualcuno con te. Tu parli e qualcuno sente. Com’è possibile? È possibile perché quel qualcuno ha le orecchie. Già, ma com’è che dalla bocca esce il suono delle parole? Le corde vocali. Le corde vocali vibrano e vibrando spostano l’aria tutta intorno, le molecole d’aria tutt’intorno, dunque le molecole dell’aria contenuta in gola. Come le spostano? Avanti e indietro. Quelle molecole spingono altre molecole (l’aria contenuta nella bocca) che ne spingono altre ancora, sempre avanti indietro, provocando continue compressioni e rarefazioni. Se la frequenza delle compressioni e delle rarefazioni supera un certo valore…
Mi fermo, mi sento come un ragazzino che abbia appena rovesciato sul pavimento i 5000 pezzi di un superpuzzle. E come quando si compone un puzzle è buona norma dividere i pezzi secondo criteri augurandosi che ci siano tutti.
Dieci minuti in ginocchio seduto sui talloni, attenzione al respiro e globi oculari che puntano al terzo occhio, l’attaccatura superiore del naso. Poi riattacco e in cerca di un ordine faccio appello alla rete:
MP3 (per esteso Motion Picture Expert Group-1/2 Audio Layer 3) è un algoritmo di compressione audio di tipo lossy in grado di ridurre drasticamente la quantità di dati richiesti per memorizzare un suono, rimanendo comunque una riproduzione accettabilmente fedele del file originale non compresso.
Non è il massimo della chiarezza, provo a bussare altrove:
The MP3 Format
If you’ve read How CDs Work, then you know something about how CDs store music. A CD stores a song as digital information. The data on a CD uses an uncompressed, high-resolution format. Here’s what happens when a CD is created:
- Music is sampled 44,100 times per second. The samples are 2 bytes (16 bits) long.
- Separate samples are taken for the left and right speakers in a stereo system.
So a CD stores a huge number of bits for each second of music:
44,100 samples/second * 16 bits/sample * 2 channels = 1,411,200 bits per second
Qui addirittura si presume che si conoscano il funzionamento dei CD, l’informazione digitale, i campioni, la frequenza di campionamento, gli altoparlanti, l’impianto stereo, i formati non compressi a alta risoluzione. Aggiungerei volentieri un bel po’ di parole chiave propedeutiche: INFORMAZIONE, MESSAGGIO. ARCHIVIO. DOCUMENTO e perché no? anche INTERFACCIA. Tutto da adattare al contesto. Bene. Mi sento meno inutile per la mia amica M.
Che da tanti anni mi costringe a riflettere e (posso ben dirlo) con le sue domande MI FORMA. Ancora una volta: grazie, M., di tutto cuore.
Scrivere per riflettere, formare e farsi una cultura
January 28, 2009 by Claudio Maioli
Filed under Scritture
Sono davanti al computer, la finestra del programma di scrittura è già aperta. Dalla barra delle applicazioni avvio Firefox (si può ancora scrivere senza l’internet?), compare la pagina iniziale. È impostata su Google come milioni di pagine iniziali di milioni di browser avviati, magari in questo stesso momento, in molte parti del mondo da milioni di persone che in questo stesso momento hanno aperto una finestra sulla rete.
Oggi, mercoledì 28 gennaio 2009, sopra il campo di ricerca c’è un rettangolo di circa 6 centimetri per 2,5 colorato, un intrico di filacce bianche, nere, marroncine, grigette e qua e là, in numero molto inferiore, arancioni. Potrebbe essere un marmettone, uno scampolo di tappeto in lana cotta, un cartoncino su cui qualcuno ha scarabocchiato dei colori. Quando ingrandisco al massimo (tasto CTRL + rotellina del mouse in avanti) so già di che si tratta: ci sono passato sopra poco fa con il puntatore, che si è trasformato in manina facendo comparire la scritta Anniversario della nascita di Jackson Pollock – per gentile concessione della Fondazione Pollock-Krasner /ARS, NY. Copio l’immagine (clic col tasto destro e Copia immagine) e la incollo qui sotto, appena andato a capo con il tasto Invio (clic col destro e Incolla)

L’immagine è sul bordo sinistro della pagina, forse dovrei dire sul margine, magari sul margine del foglio, sarei tentato di chiarire: che cos’è una pagina, che cos’è un foglio? Ma rimando a un altro momento, ora l’urgenza è piazzare (posizionare) il mio Pollock per gentile concessione al centro (della pagina o del foglio). Faccio clic sull’immagine con il tasto sinistro, compare un bordo con maniglie, prova dell’avvenuta selezione. L’operazione successiva (sposto il puntatore in alto fino alla barra degli strumenti, lo posiziono sull’icona delle lineette orizzontali allineate al centro e faccio clic una volta con il sinistro) non posso descriverla in corso d’opera: se per continuare a scrivere facessi comparire il cursore a inizio riga successiva dopo l’immagine (clic con il sinistro) la selezione verrebbe annullata e non potrei spostare l’immagine.

A questo punto decido di controllare il numero di parole, vincolato dalla committenza. Per farlo devo selezionare il testo. Ci sono ovviamente più modi (gioie e dolori dei moderni e sofisticatissimi programmi applicativi), io scelgo di
1. portare il puntatore all’inizio del testo (in questo caso in alto a sinistra del foglio o della pagina),
2. fare clic con il tasto sinistro (il puntatore si trasforma in cursore) e tenendolo premuto
3. trascinare il mouse fino alla fine del testo, che diventa bianco su fondo nero.
Riporto il puntatore in alto sulla barra dei menu, la seconda striscia orizzontale dall’alto della finestra, subito sotto la barra del titolo, seleziono Strumenti, si apre il menu a discesa, scelgo Conteggio parole (si vede con difficoltà anche a causa della scelta del corsivo, ma la prima delle g di Conteggio è sottolineata, perché?) e leggo: fin qui sono quasi cinquecento, mi devo fermare.
Conclusioni
Ti dicono “scrivi un pezzo di tot parole” e ti definiscono il campo con un po’ di parole chiave. Tu scrivi, poi rileggi, riscrivi, rifletti, capisci e commenti.
Hai applicato una specie di metascrittura, hai ragionato cioè sul testo man mano che lo scrivevi. Ma c’è dell’altro: qua e là hai evidenziato parole e espressioni. Perché?
A esempio per suggerire ai lettori di convertire quelle parole e quelle espressioni in collegamenti ipertestuali trasformando il testo in un ipertesto formativo e autoformativo.
Provateci. Che lo vogliate o no, mentre leggete la vostra mente lo fa di continuo. Provate a farlo consapevolmente. Partite da dove vi pare, magari da Anniversario della nascita di Jackson Pollock – per gentile concessione della Fondazione Pollock-Krasner /ARS, NY.
Trovate le vostre parole chiave, i vostri link. E se vi va fateci sapere.


La
Online Summer School 2010 - "Diventare freelance" si terrà a giugno e settembre e durerà sei settimane.