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	<title>European School of Translation &#187; editing</title>
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		<title>Gli editor: una razza in via di estinzione</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 19:21:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Dennis Drabelle]]></category>
		<category><![CDATA[editing]]></category>
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		<category><![CDATA[errori]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesca Pacini]]></category>
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		<category><![CDATA[Washington Post]]></category>

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		<description><![CDATA[Flavia ci ricorda che correttori di bozze, editor e proofreader sono fondamentali per la riuscita di un buon testo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse mia nonna ha ragione: tutto il mondo è paese.</p>
<p>Se si aprono le pagine dei giornali è ormai molto comune trovare parole come <em>perchè</em> o <em>E&#8217;</em>, ad esempio. Il lettore che non ha l&#8217;occhio allenato, o che non sa bene se questo dannato accento sia acuto o grave, non ci fa caso e, ignorando la questione, innesca una reazione a catena che ufficializza e normalizza sempre di più l&#8217;errore, o beh&#8230; il <strong>refuso</strong>.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Matita rossa" src="http://digilander.libero.it/scuolacalepio/images/pg017_1_00.jpg" alt="" width="80" height="120" />I professionisti della scrittura diventano insofferenti, scrivono <a title="Perché Perchè di Andrea Spila" href="http://andreaspila.wordpress.com/2008/10/21/perche-perche/" target="_blank">articoli sui loro blog</a> protestando e cercando di capire il perché di questo <em>perchè</em>. Tuttavia gli italiani non sono gli unici. Anche gli anglofoni hanno i loro problemi, magari non con gli accenti, ma sicuramente con lo <strong>spelling</strong>.</p>
<p>Sulle pagine online del <em>Washington Post</em> <strong>Dennis Drabelle</strong>, giornalista, ha scritto un articolo intitolato <a title="The Art of Editing - Washington Post" href="http://voices.washingtonpost.com/shortstack/2009/02/the_art_of_editing.html" target="_blank">The Art of Editing</a>, denunciando che molti lettori si lamentano dei refusi, degli errori e dei cliché che compaiono sempre più spesso sulle pagine dei libri. Dice anche che molti, invece, ritengono la questione un fatto di pedanteria e continua l&#8217;articolo dimostrando che non è così.</p>
<p>Infatti, secondo Drabelle, tutti a loro modo sono <strong>editor di se stessi</strong>: quante volte abbiamo riformulato frasi, sostituito parole con altre più accurate e, noi italiani, corretto congiuntivi (io, ad esempio, ho un vero problema con i congiuntivi!)?</p>
<p>Inoltre, aggiungo, è normale che un autore che ha lavorato su un pezzo per un certo periodo di tempo non abbia più la freschezza mentale per vedere i propri refusi o per valutare in che modo la scrittura possa essere migliorata.</p>
<p>Ecco perché i <strong>correttori di bozze</strong>, gli <strong>editor</strong> e i <strong>proofreader</strong> sono fondamentali per la riuscita di un buon testo. E questo lo sanno anche gli autori. Come racconta <strong>Francesca Pacini</strong> in <a title="Professione Editor - Francesca Pacini" href="http://www.mestierediscrivere.com/pdf/professione_editor.pdf" target="_blank">Professione Editor</a>, uno de <a title="I Quaderni del Mestiere di Scrivere" href="http://www.mestierediscrivere.com/testi/quaderni.htm" target="_blank">I Quaderni del Mestiere di Scrivere</a>, Bruce Chatwin, autore di <em>In Patagonia</em>, e la sua editor, Susannah Clapp, correggevano il testo insieme, lavorando di cesello.</p>
<p>Mi viene da pensare che forse i tempi di stampa più brevi e i costi più alti abbiano portato a una riduzione del personale di redazione, causando un abbassamento della qualità del prodotto finale. E dire che gli editor non sono di certo ricchi&#8230;</p>
<p>L&#8217;articolo di Drabelle è stato citato anche nelle pagine online del <a title="Errori, Refusi, Strafalcioni - Il Manifesto " href="http://mir.it/servizi/ilmanifesto/cultura/?p=186" target="_blank">Manifesto</a>, scatenando una serie di commenti poco gratificanti verso il giornale stesso: in particolare mi ha fatto sorridere il commento di un lettore che scrive:</p>
<blockquote><p>Parlate proprio voi del Manifesto che di sgrammaticature e strafalcioni siete maestri. Un esempio recente: un bel &#8220;speach corner&#8221; (sì, scritto proprio &#8220;spEAch&#8221;) comparso nel corpo dell&#8217;articolo e ripetuto disinvoltamente pure nel titolo. Per carità, il vostro giornale lo compro volentieri, però qua è proprio il caso del bue che dice cornuto all&#8217;asino!</p></blockquote>
<p>La vecchia storia della pagliuzza e della trave&#8230;</p>
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