La traduzione e il web 2.0

April 23, 2009 by Claudia De Angelis  
Filed under Primi Passi

Oggi la conoscenza e l’informazione fanno i conti con la rete, dalle cui risorse trae vantaggio anche il mercato della traduzione. Il web 2.0 in particolare è diventato il luogo d’incontro preferito dove si svolgono le conversazioni tra i professionisti del settore. Grazie al web collaborativo, le dinamiche del lavoro sono cambiate. La rete può essere vista come risorsa per cercare lavoro e collaboratori, per reperire informazioni e fare ricerche, per restare informati su temi importanti; il web è anche risorsa per la formazione e per gli aggiornamenti professionali.

Il web 2.0, fondato sulla condivisione e sulla collaborazione tra gli utenti, ha già rivoluzionato il modo di utilizzare la rete moltiplicando risorse e funzionalità: blog, community, sistemi wiki. Si è innescato un meccanismo di rovesciamento grazie al quale gli utenti stessi possono diventare “giornalisti”, chiunque può trovare il proprio spazio, mentre svanisce il confine netto che nei mass media tradizionali separa chi produce contenuti da coloro che leggono, ascoltano e guardano: da una piattaforma di accesso, internet si è trasformata in una piattaforma basata su partecipazione e condivisione.

I meccanismi di funzionamento dei feed e dei social network permettono di affidare a specifiche applicazioni il monitoraggio dei flussi di notizie, utile non solo a chi lavora con l’informazione e ha bisogno di tenere sotto controllo un alto numero di fonti, ma anche per coloro che semplicemente sentono il bisogno di organizzare in modo personale il proprio sistema informativo.

Facendo riferimento più diretto al mondo della traduzione esistono sicuramente molte possibilità per sfruttare al meglio quello che internet mette a disposizione. Non mi riferisco ovviamente a un meccanismo parassitario, di copiatura o, peggio ancora di utilizzo, dei traduttori automatici che ottengono tanta popolarità in rete (con effetti spesso esilaranti). Il web non è fatto solo di algoritmi e spider, il web 2.0 prima di tutto è fatto dagli utenti della rete e i traduttori della nuova generazione devono senza dubbio fare i conti con questo scenario virtuale, dove la conoscenza incontra la rete e i meccanismi del mercato del lavoro sono quasi completamente assorbiti dal mezzo Internet.

Si tratta in molti casi di risorse generaliste, in altri di strumenti mirati e settoriali. Il caso più evidente è quello delle comunità dei traduttori, social network pensati per la categoria, che sono allo stesso tempo uffici virtuali e uffici di collocamento per cercare lavoro e nuovi clienti, bacheche dove informarsi su eventi e seminari, archivi terminologici e piattaforme di ricerca, grazie alla disponibilità di glossari inseriti da colleghi interessati alla diffusione di conoscenza, in modalità di condivisione.

Il luogo prescelto per la conversazione e l’incontro è quello dei forum, dove ci si interroga, si chiede, si risponde e si corregge in chiave collaborativa. La community più conosciuta è Proz.com, ma ne esistono di altre altrettanto valide, come Translators Café o Globtra.com. In tutti i casi queste community sono nate per il bisogno di creare uno spazio dove farsi trovare, per cercare lavoro; sono poi diventate quello che rappresenta la rete per i traduttori, ovvero conoscenza, informazioni, strumento per le ricerche e accesso a banche dati. Ma anche confronto con i propri colleghi, che suggeriscono e commentano, esaltano e si complimentano per una soluzione geniale o che, al contrario, ne stroncano una completamente sbagliata.

Ma le possibilità offerte dal web 2.0 non sono solo quelle suggerite e messe a disposizione dalle community online. Il lavoro autonomo può fare ricorso anche ad altre risorse, come social bookmarking e blog.

Il social bookmarking è una modalità di knowledge management efficiente e vantaggiosa che si basa sulla catalogazione dei segnalibri attraverso i tag, ovvero le parole chiave. Utilizzando strumenti web based come ad esempio de.li.cio.us, oltre a non correre il rischio di perdere la propria biblioteca di link utili al lavoro, è anche possibile organizzarli in maniera efficiente. Sul piano individuale è garantita la possibilità di organizzare un archivio sulla base delle proprie necessità, sul piano sociale è anche possibile condividerli con chi fa parte del proprio network e scoprire risorse selezionate da altri.

Il blog può diventare la propria vetrina in cui pubblicare il curriculum, i contatti e gli articoli legati alla professione. La presenza di contenuti di qualità e di parole chiave mirate aiuteranno ad attrarre il traffico di potenziali clienti, interessati a conoscere i lavori già effettuati e a valutarne la qualità. Pubblicare sulle pagine del blog piccoli esempi di traduzione è un modo efficace per mostrare la professionalità acquisita e attirare clienti che operano nello stesso settore. Allo stesso modo viene data la possibilità di costruire una rete di contatti, probabilmente fonte in futuro di nuove collaborazioni. Navigare per credere.

Proz.com
Globtra
Translators Café
De.li.cio.us
Wordpress
Wiki Words

La traduzione pubblicitaria secondo Giancarlo Livraghi

April 17, 2009 by Silvia Di Persio  
Filed under Ritratti

tombino_galleryDal mestiere di scrivere a quello di comunicare passando attraverso la riflessione sulle tecnologie e sui nuovi mezzi espressivi. Con alcune incursioni nel mondo della traduzione come curatore dell’edizione italiana di moltissimi testi. Si potrebbe sintetizzare in questo modo il percorso professionale e di pensiero di Giancarlo Livraghi, uno dei maggiori copywriter ed esperti di comunicazione italiani. Dal 1966 sua la gestione dell’agenzia pubblicitaria McCann-Erickson italiana cui segue nel 1975 il trasferimento a New York come executive vice-president della McCann-Erickson International. Nel 1980 Giancarlo Livraghi torna in Italia come socio di maggioranza della Livraghi, Ogilvy & Mather, diventata in pochi anni una delle principali agenzie italiane, per lasciare nel 1993 il mondo della pubblicità e fondare l’anno successivo ALCEI, l’Associazione per la libertà della comunicazione elettronica interattiva. Oggi i suoi scritti e le sue riflessioni sono liberamente consultabili (e scaricabili) sul sito gandalf.it. Tra questi Ambiguità della lingua inglese (e possibili errori di traduzione), una divertente guida ai falsi amici della lingua inglese già segnalata in un precedente articolo, e un breve scritto sui pericoli della letteralità nella traduzione, La stupidità delle traduzioni. Abbiamo incontrato questo professionista della parola scritta per parlare di traduzione pubblicitaria. Partiamo da una precisazione:

Signor Livraghi, in una sua precedente intervista ho letto che non ama la definizione di “creativo”, preferendo piuttosto quella di “writer”. È sempre questa predilezione per una professionalità più direttamente legata alla scrittura che l’ha portata, nella sua lunga carriera, a confrontarsi anche con il mestiere del traduttore curando l’edizione italiana di diversi volumi stranieri?

Quel percorso è cominciato molto prima – e per altri motivi. Sono pochi i libri stranieri di cui ho curato l’edizione italiana. Non sono traduzioni, ma rielaborazioni dei testi originali, con annotazioni, commenti, aggiunte e approfondimenti.
Sono molte, invece, le circostanze in cui mi sono trovato, e mi trovo, a lavorare e comunicare quotidianamente in più di una lingua.
Per esempio il mio libro Il potere della stupidità, nato all’origine da alcuni articoli che avevo scritto in inglese, ha avuto poi tre edizioni italiane – e ora, nel maggio 2009, uscirà (per la prima volta come libro) in inglese. Non è una traduzione, ma un testo ripensato e riscritto in una lingua diversa.

Nella sua lunga esperienza di copywriter si è sempre affidato a dei traduttori o  le è capitato di tradurre lei stesso  delle campagne pubblicitarie?

Ho sempre lavorato in un contesto internazionale e perciò non mi è mai capitato di dover ricorrere a traduttori “esterni” – mentre è sempre stato, e ancora è, frequente che mi trovi a trasferire in un’altra lingua lo stesso concetto. Nello sviluppo delle campagne erano coinvolti, secondo le esigenze di ciascuna, i nostri colleghi di nazionalità e lingue diverse – con le loro capacità non di “tradurre”, ma di interpretare strategie e forme espressive secondo le situazioni culturali e di mercato.

Quali sono state le campagne che ricorda come più problematiche nella localizzazione sul mercato italiano?

Quelle in cui il concetto originale non era adatto alla nostra lingua, alla nostra cultura o alle esigenze di comunicazione in Italia, e perciò doveva essere cambiato o rielaborato. Cosa, in molti casi, capita bene da tutti e perciò gestita efficacemente e senza contrasti. Talvolta più difficile e complessa quando era meno facile spiegare i motivi delle differenze.

Vuole raccontarci un episodio aneddotico riguardo ai problemi posti dalla traduzione pubblicitaria?

Gli aneddoti potrebbero essere tanti, ma la sostanza è una. Nella la mia esperienza non si tratta mai di traduzioni, ma di ridefinire una campagna, quando si trasferisce da un paese all’altro, secondo le esigenze di ciascun paese e di ciascuna situazione. È importante (anche se purtroppo non tutti lo sanno fare bene) che se una strategia o un concetto è destinato a diffusione internazionale sia concepito fin dall’inizio in modo da essere “declinabile” in contesti diversi.
Se vuole un episodio curioso, eccolo. Incredibile, ma vero. Ai tempi in cui per i film si usava ancora la pellicola, un mio collega a Milano scrisse a New York chiedendo una “pizza”. Gli americani furono molto confusi dall’ipotesi di un catering transatlantico.

Cos’è cambiato da allora a oggi per quanto riguarda la traduzione pubblicitaria?

Nella sostanza, nulla. I problemi nel trasferimento da una lingua a un’altra di un testo o di un pensiero sono sostanzialmente gli stessi da migliaia di anni. Oggi, con sistemi spesso fortemente “centralizzati”, accade che le organizzazioni locali si sentano “deresponsabilizzate” e perciò adattino passivamente, con risultati spesso inadeguati, talvolta grotteschi. Ma accade anche il contrario, cioè che ci siano resistenze ingiustificate, del tipo “questo non va bene in Germania”, quando basta capire come un concetto possa funzionare se lo si ridefinisce in un diverso contesto culturale anziché banalmente tradurlo in un’altra lingua.

Una riflessione sulle peculiarità culturali nella localizzazione da diverse lingue all’italiano: quali sono a suo avviso i problemi che si pongono in termini socio-culturali nel caso della localizzazione sul mercato italiano di campagne nordamericane rispetto a quella di campagne spagnole?

Non mi sembra che ci siano differenze “standardizzabili”. La sostanza dei problemi di traduzione è la stessa in tutte le lingue. Ovviamente con lo spagnolo si può essere ingannati dalla somiglianza (parole simili hanno significati diversi) e con l’inglese c’è il problema degli inglesismi, cioè parole che in italiano hanno assunto un significato diverso (o, viceversa, si può trattare di parole italiane usate diversamente in inglese). Ma le “generalizzazioni” servono più a disorientare che a capire. Ogni caso deve essere gestito e “vissuto” nella sua individualità.
Un fatto di cui è bene tener conto è che ci sono rilevanti differenze nell’uso dell’inglese (quello britannico è diverso dall’americano – e ci sono altre varianti). Anche lo spagnolo ha parecchie variazioni nell’America latina rispetto al “castigliano” originale. Il brasiliano è diverso dal portoghese. Eccetera…

Lei ha scritto:
Quando avevo diciott’anni … mi occupavo di un minuscolo giornale. Ho imparato fin da allora a combattere con le “tirannie dello spazio”, con chi voleva cambiare un mio articolo o con chi aveva scritto qualcosa che sentivo di dover cambiare, con chi faceva titoli che non c’entravano col testo … E in infinite altre occasioni mi sono trovato a combattere con “grafici” che badano a una loro soggettiva idea dell’estetica e rendono i testi illeggibili.
Per cosa ha dovuto invece combattere con i traduttori?

Come ho già spiegato, nella mia esperienza le traduzioni, o più in generale la necessità di esprimersi in lingue diverse, sono sempre state esperienza quotidiana. Talvolta c’era qualche difficoltà se una traduzione, che poteva sembrare “letteralmente” corretta, non trasferiva efficacemente un concetto o un’idea.
Un problema diverso è che mi trovo continuamente, e con parecchio fastidio, a “combattere con i traduttori” quando leggo un libro, un articolo o qualcos’altro in cui un errore di traduzione stravolge il significato o un’ambiguità linguistica (o culturale) provoca incomprensioni e malintesi.

Darebbe un consiglio, uno spunto o un vademecum su come muovere i primi passi verso la professione di “traduttore pubblicitario” agli utenti di EST interessati a questo ambito di traduzione?

Non fare traduzioni “letterali”. Capire la sostanza, le intenzioni, lo stile, il tono, gli obiettivi e il contesto per potersi esprimere in modo concettualmente efficace, anche quando per esserlo deve sembrare meno “fedele” all’originale. Evitare i manierismi, i pressapochismi, le banalità e i “modi di dire” che impoveriscono il linguaggio e ne compromettono la chiarezza e l’efficacia.

L’industria della traduzione tra USA e Italia

March 26, 2009 by Sonia Briano  
Filed under Risorse

Abbiamo incontrato Gianni Davico, autore de L’industria della traduzione. Realtà e prospettive del mercato italiano, il primo libro dedicato al mondo delle imprese di traduzione nel nostro paese (il volume è stato pubblicato da seb 27 nel 2005), nonché di un articolo del 2003 dal titolo Un italiano a Manhattan. Tendenze del mercato americano delle Traduzioni, in cui si è occupato di analizzare il mercato delle agenzie di traduzione negli USA.

L’industria della traduzione fornisce finalmente una descrizione attenta e accurata di ogni aspetto di questa tipologia di impresa nel nostro paese. I sei capitoli del libro sono dedicati ai seguenti argomenti:

  • storia delle agenzie di traduzioni (dalle microagenzie alle multinazionali), una realtà nata negli anni Trenta del secolo scorso
  • gestione del processo di traduzione all’interno delle agenzie
  • ruoli all’interno dell’impresa e rapporti con i traduttori
  • associazioni di categoria (europee ed extraeuropee)
  • strategia aziendale (marketing, concorrenza, investimenti)
  • prospettive future del settore.

Abbiamo iniziato l’intervista con Gianni Davico chiedendogli per quale motivo ha deciso di occuparsi inizialmente del mercato americano delle traduzioni.

Nei primi anni di questo decennio l’attività che avevo fondato stava crescendo, ma sentivo – confusamente – che mancava un pilastro importante alla mia conoscenza: gli Stati Uniti, allora ancor più di oggi nazione trainante nel nostro settore. Sono partito per New York con la mia valigia di cartone, col desiderio di sapere che cosa facevano i miei colleghi al di là dell’oceano. È stato un viaggio di scoperta, un vero percorso verso l’ignoto, ma che mi ha dato molte soddisfazioni. Ho incontrato una decina di miei colleghi e da quegli incontri è nata l’idea dell’articolo. Il motore primo era dunque la mia curiosità, il mio desiderio di conoscere; in secondo luogo il desiderio di cercare di trasmettere questa conoscenza.

La sua analisi sembra indicare la tendenza del mercato della traduzione a concentrarsi sempre di più su segmenti di fascia alta o molto bassa a discapito di quella intermedia. Come si spiega questo meccanismo?

L’idea centrale di questa struttura a farfalla mi sembra ancora oggi valida. Semplificando: da una parte ci sono aziende di traduzioni molto grandi, dall’altra microaziende. Nel caso dei traduttori, la struttura è simile: da una parte traduttori che offrono qualità eccellente a prezzi alti, dall’altra sedicenti traduttori improvvisati che lavorano a qualunque prezzo. (È chiaro che si tratta di una semplificazione, per fortuna la realtà è molto più sfaccettata.) Stare nel mezzo diviene sempre più difficile, per via della forze – prima su tutte la globalizzazione – presenti sul mercato. Non credo che la fascia bassa possa essere intaccata più di tanto, perché per una parte del mercato il prezzo è comunque il discrimine primo.

Sono passati diversi anni dalla pubblicazione dei due scritti e abbiamo chiesto all’autore se sente l’esigenza di scrivere ancora su questo argomento oppure se l’analisi effettuata ha validità ancora oggi, nonostante il tempo trascorso?

Credo che le analisi fatte siano ancora valide; ma più scrivo e leggo, più so di non sapere. Quindi sì, sento forte il desiderio di conoscere di più e di trasmettere questa conoscenza: soprattutto affinché dall’urto nasca una più energica morale, come direbbe il poeta Nelo Risi.

Abbiamo chiesto infine a Davico di offrire qualche consiglio a un giovane traduttore che muove i primi passi in questo settore di mercato.

Un primo consiglio riguarda le tariffe, una delle prime domande che sentiamo porre da chi si affaccia a questo mestiere. Cito spesso l’espressione “Ho guardato il nemico negli occhi, ed ero io” per spiegare che non esistono soluzioni facili, né sempiterne né valide per tutti. Il problema il più delle volte sta nei traduttori stessi, che non sanno dare un valore al proprio lavoro. Quindi la soluzione è duplice: documentarsi innanzitutto e non svendersi poi.

Oltre a questo, aggiungerei la necessità di conoscere molto bene almeno un CAT, e più in generale essere amici dell’informatica, visto che IT e traduzioni sono ormai indissolubilmente legate a filo doppio.

L’industria della traduzione
Realtà e prospettive del mercato italiano
Laissez-Passer – 6
Pagine: 136
Anno: 2005
ISBN: 88-86618-45-X
Prezzo: € 12.00
Scheda del libro sul sito di Seb 27