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Intervista ad Antonietta Pastore

PZ: Innanzitutto ad Antonietta Pastore, docente, scrittrice e traduttrice, vorrei chiedere una prima curiosità, da dove nasce la sua passione per la lingua giapponese, che noi occidentali siamo frequentemente abituati a considerare molto distante da noi?
AP:
Mi sono avvicinata alla cultura giapponese per ragioni personali: ho sposato un giapponese, conosciuto in Europa, e con lui mi sono trasferita dopo qualche anno in Giappone. A decidermi a compiere questo passo è stata la fascinazione che il paese ha esercitato su di me durante il mio viaggio di nozze: in quell’occasione sono rimasta estremamente colpita dalla raffinatezza della cultura, la cortesia della popolazione, l’originalità dell’estetica tradizionale. Il desiderio di imparare la lingua è stato una diretta, immediata conseguenza di questa fascinazione.

PZ: Nel suo ultimo libro, Leggero il passo sui tatami, edito da Einaudi, racconta i suoi sedici anni in Giappone, qual è stata la sua esperienza di orientamento in questo paese totalmente sconosciuto?
AP:
In realtà mi ci sono sono voluti diversi anni per trovare un rapporto equilibrato con la società giapponese. Dopo un primo periodo di innamoramento incondizionato per questa cultura, sono passata a una fase di totale rifiuto. In seguito ho dovuto compiere uno sforzo notevole per superare il limiti della mia forma mentis, profondamente condizionata dall’educazione ricevuta in Europa, e avvicinarmi a quella giapponese senza pregiudizi e senza preconcetti. Quando mi sono resa conto, concretamente, che il concetto di buon senso è molto relativo e non può avere valore universale, ho compiuto un grande passo avanti.

PZ: Com’è riuscita a tradurre, in sé, questa cultura?
AP:
Un grande aiuto l’ho avuto dalla letteratura. Scoprire l’esistenza di scrittori giapponesi come Natsume Soseki, Kawabata Yasunari, e altri grandi e meno grandi, ha aperto uno spiraglio nella cortina di pregiudizi che offuscava la mia percezione della mentalità giapponese. Ho capito che solo un popolo di profonda umanità e ricchezza spirituale poteva produrre una letteratura di tale livello, e ho cominciato a chiedermi se la chiusura non fosse soprattutto mia, e a guardare le persone che mi stavano intorno con occhi diversi. Questo mio mutato atteggiamento ha d’altra parte indotto i giapponesi con cui venivo in contatto a una maggiore apertura nei miei confronti, e da lì è iniziato un percorso evolutivo in cui ho potuto costruire un rapporto più equilibrato con la società in cui vivevo, e adottarne molti valori. Il mio libro Leggero il passo sui tatami parla fondamentalmente di quest’esperienza esistenziale.

PZ: Lei è certamente una delle più celebri traduttrici delle voci della letteratura giapponese più importanti, voci come quelle di Abe, Izekawa, Inoue, Soseki e il contemporaneo Murakami. Qual è, secondo lei, il rapporto che si instaura fra il traduttore e il testo?
AP:
Nel mio caso, quando traduco un testo cerco di tener conto della diversità del contesto culturale in cui è nato. In altre parole, cerco di conservare intatta la personalità dei personaggi, l’atmosfera dei luoghi, la peculiarità delle circostanze. Cioè faccio attenzione a non ‘italianizzare’ il testo, cosa che risulterebbe forse di più facile lettura per il pubblico italiano, ma costituirebbe un ‘tradimento’ nei confronti dell’autore. Questo è uno dei grandi problemi della traduzione, perché se da una parte è necessario rendere il testo scorrevole e vivace, non lo si può trasformare in qualcos’altro. Per fare un esempio, spesso trovo le traduzioni americane molto belle dal punto di vista della scrittura e del linguaggio, ma infedeli in quanto ‘americanizzano’ personaggi e atmosfere. Ora questo non va bene, perché il ruolo del traduttore è sì di rendere al meglio nella propria lingua un testo originariamente scritto in un’altra, ma anche di dare un’immagine fedele di una civiltà e di un paese sconosciuti al lettore. Quindi, anche se mi lascio coinvolgere emotivamente dall’opera che sto traducendo, cerco di conservare nei suoi confronti la mente lucida.

PZ: Sempre nel suo libro, lei arriva a mettere in discussione i propri parametri occidentali per comprendere fino in fondo i meccanismi della società giapponese. Questo è accaduto nel suo mestiere di traduttrice?
AP:
La risposta si riallaccia a quella precedente. I parametri di giudizio sono diversi in civiltà diverse, e occorre rispettarli nella traduzione, anche quando il traduttore non li condivide. Faccio un esempio concreto: in italiano l’aggettivo ‘orgoglioso’ in genere ha valore positivo, mentre in giapponese no, viene piuttosto associato al concetto di ‘arrogante’, ‘poco modesto’; la stessa cosa si potrebbe dire dell’aggettivo ‘individualista’, che per un italiano evoca un’idea di indipendenza, mentre per un giapponese è piuttosto sinonimo di ‘poco cooperativo’ ed ‘egoista’. Quando si traducono questi aggettivi in italiano è quindi necessario fare molta attenzione a non trasformare in qualità quelle che nell’intenzione dell’autore non lo sono. Bisogna cioè rispettare i valori dell’autore e della sua civiltà, anche se non sono in sintonia con quelli del traduttore. In casi estremi in cui per motivi etici non si possa accettare di farlo (supponiamo il caso di un testo di propaganda politica), meglio rinunciare alla traduzione in questione.

PZ: Cosa consiglierebbe a chi volesse accostarsi per la prima volta alla lingua giapponese?
AP:
Se stiamo parlando di traduzione, meglio scegliere un testo che piace, che sia ‘nelle proprie corde’. Questo è valido sempre, ma in particolar modo per un esordiente. Se invece stiamo parlando di studio della lingua, penso che sia necessario avere delle motivazioni profonde per sostenere lo sforzo che implica. Se queste motivazioni ci sono, ne vale veramente la pena. All’inizio credo che non sia bene insistere troppo sul’apprendimento degli ideogrammi, perché abbiamo una memoria visiva e scrivere le parole giapponesi anche in caratteri latini aiuta a ricordarle. Quanto agli ideogrammi, è bene sapere che si riconoscono meglio se inseriti in un testo, piuttosto che isolati (questo d’altronde è valido per tutto, Gestalt insegna).

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