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Intervista a Fabio Cremonesi – Gran Vía

In occasione del BUK Festival della Piccola e Media Editoria di Modena Annalisa Dolzan, docente di traduzione dallo spagnolo presso l’istituto per interpreti e traduttori di Trento (ISIT) ha incontrato e intervistato in merito al rapporto tra editore e traduttore alcuni editori che propongono ai lettori italiani narrativa spagnola e ispanoamericana contemporanea.

Vi proponiamo l’intervista a Fabio Cremonesi, editore di Gran Vía.

Gran Vía

Gran Vía è una piccola casa editrice nata 4 anni fa. Ha 2 collane: una di narrativa ispanoamericana e una di narrativa della Spagna “plurale”, dove per plurale si intende non solo autori che scrivono in castigliano, ma anche in basco, catalano o galiziano, le altre lingue ufficiali del Paese.

Gran Vía produce una decina di titoli all’anno, (con tirature tra le mille e le 3 mila copie). Intorno a questi numeri ci sono diversi traduttori. Alcuni hanno tradotto 4-5 libri e altri, per vari motivi, ne hanno fatto uno solo. Segnaliamo il caso del basco: dal basco all’italiano all’editore risulta vi sia una sola traduttrice, che dunque è monopolista e, per fortuna, – ci dicono – è anche bravissima!

La editrice privilegia autori attenti alla realtà sociale e alla storia contemporanea, piuttosto che punti di vista intimisti, per dare spazio a voci più difficili da trovare tra gli autori italiani.

L’intervista

AD: Cosa dice a un aspirante traduttore letterario?
FC: Nella mia esperienza – come dico ai seminari delle Giornate della traduzione letteraria all’Università di Urbino – è fondamentale il modo di presentarsi professionale. Apprezzo le presentazioni ben fatte: curriculum ben fatto, con un capitolo di assaggio di un testo ben tradotto e corredato dal testo originale.

È importante anche la consapevolezza che la traduzione è importante ma è comunque solo un passo in un ciclo produttivo piuttosto complesso: una settimana di ritardo per il traduttore può quindi essere indifferente, mentre in realtà scombussola il lavoro a valle, per la tipografia, la promozione, la distribuzione ecc. Sono cose che non vanno sottovalutate.
Magari uno per ingenuità o inesperienza, se è consapevole di tradurre bene, pensa che sia l’unica cosa e che giustifichi qualunque altra manchevolezza. Purtroppo non è vero.

AD: Qual è invece la parte più apprezzabile del lavoro del traduttore?
FC:
Io sono anche traduttore, per cui faccio più fatica a rispondere, perché sto anche parlando di me.
La cosa che io apprezzo molto del traduttore è anzitutto l’italiano. Per me è più importante della lingua di partenza. Sul testo di partenza qualunque errore si riesce ad aggiustare, sull’italiano di arrivo – se abbiamo una traduzione che parte col piede sbagliato – è molto più difficile ed è laboriosissimo.
Un’altra cosa è saper accogliere il lavoro di chi viene dopo – di chi fa la revisione della traduzione, rivede le bozze ecc.. Non va percepito come un nemico con cui fare il braccio di ferro, ma come un compagno di squadra. Anche perché, in fondo, – e qui parlo come traduttore – è uno che sta lavorando per me ma prende lo stipendio da un altro. A mio avviso è una questione di esperienza del traduttore: più un traduttore è navigato e più accetta costruttivamente, positivamente, il lavoro di chi fa la revisione. Spesso sono proprio i traduttori più giovani o con meno esperienza che se la prendono di più – magari come una cosa personale – pensando ‘devo difendere fino alla morte le mie scelte’. Dopodiché è anche vero che, come in tutti i processi, tutti sbagliano un po’. Per cui ci saranno le volte in cui effettivamente sbaglia il traduttore e le volte in cui sbaglia chi fa la revisione.

AD: Che tipo di rapporto riuscite a instaurare con i vostri traduttori e i vostri editor?
FC:
La parte redazionale la facciamo tutta all’interno. È una relazione peculiare, ma non sfugge ai rapporti che intrattengono le persone. Io mi ricordo due o tre episodi spiacevoli, ma molti, molti più episodi positivi e costruttivi.

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