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Oltre le traduzioni GIGO: una conversazione con Wendell Ricketts

Garbage truck“Conosco traduttori che vanno fieri della loro abilità di prendere un testo scritto in un brutto italiano e di riprodurlo – parola per parola e frase per frase – in un brutto inglese. La chiamano “fedeltà”. Io preferisco chiamarla pazzia e ho anche coniato un termine per questo tipo di lavori: le chiamo traduzioni GIGO, un acronimo che sta per “Garbage In, Garbage Out”, come dire spazzatura in ingresso, spazzatura in uscita.”

Incontro Wendell Ricketts online dopo essermi perso felicemente tra le pagine dei suoi molti blog. Scrittore, traduttore, insegnante Wendell non ama i mezzi termini ma adora parlare per cui il resoconto della nostra conversazione richiederà (almeno) un paio di articoli. Cominciamo oggi parlando di traduzioni, di scrittura e di revisioni.

In “Vita Vagabonda” racconti di essere nato su un atollo del Pacifico sconosciuto ai più, l’inizio di una vita di vagabondaggi in giro per il mondo che alla fine ti ha portato a fare il traduttore in Italia.

Sono cresciuto nell’isola di ‘Oahu, Hawai’i, in piena campagna: frequentavo una scuola minuscola, piccole costruzioni traballanti di legno che accoglievano una novantina di scolari di otto classi diverse. In ogni aula della scuola c’erano gli allievi di due classi e un solo insegnante che si occupava di entrambe. Più tardi, quando sono diventato io stesso insegnante, mi sono spesso chiesto come facessero quei maestri a gestire tutti quei ragazzi senza impazzire. Ma la nostra istruzione era assai rigorosa e rigida in quelle isole Hawai’i dei vecchi tempi, prima della modernizzazione, prima del turismo, dei mega-alberghi e delle grandi folle. Dopo le superiori ho studiato all’università delle Hawai’i, ho cambiato due volte facoltà e mi sono poi trasferito a San Francisco, dove ho vissuto dal 1981 per ventiquattr’anni anche se intramezzati da qualche “pausa”. Dopo essermi laureato ho vissuto qualche tempo nel New Mexico dove ho studiato per il mio Master in Scrittura Creativa. Nel frattempo sono iniziati i miei viaggi in Italia e – come si dice? – non ne avevo mai abbastanza. Le visite si sono intensificate e ho cominciato a trascorrervi periodi sempre più lunghi. A metà degli anni Novanta ho avuto i primi contatti con la traduzione ma la mia esperienza professionale vera e propria è iniziata solo nel 1998.

Ecco, parliamo di traduzione. Hai delle idee molte precise sul lavoro del traduttore e ho l’impressione che nascano dal tuo primo amore, la scrittura creativa.

Secondo me la competenza fondamentale per un traduttore è quella della scrittura, l’abilità di scrivere nella propria lingua materna, non di scrivere semplicemente in modo corretto, ma in modo eccellente. Lo so, è una posizione radicale ma credo che si tratti di una questione fondamentale: le abilità di scrittura vengono prima delle competenze relative alla lingua straniera.

È un’idea che condividiamo qui alla Scuola, ma non mi pare che i percorsi formativi attualmente disponibili per traduttori vadano in questa direzione.

Le scuole di traduzione e gli istituti di “mediazione linguistica” tendono ad affrontare la formazione dei traduttori in modo decisamente antiquato. Considerano la traduzione come una sorta di rompicapo linguistico la cui soluzione richiede un approccio scientifico, ma non è così. Evidentemente se non hai una buona competenza linguistica in L2 non puoi essere un traduttore, ma la situazione in cui ci troviamo attualmente è che ci sono molte, moltissime persone che hanno un’eccellente conoscenza della lingua straniera (e bisogna notare per inciso che si tratta di un’abilità relativamente facile da acquisire) e poche, pochissime persone che sanno scrivere. Eppure, per quanto ne so, i percorsi universitari e post-universitari per traduttori non richiedono quasi mai che gli studenti dimostrino di possedere eccellenti capacità di scrittura nella propria lingua materna, mentre insistono sulla conoscenza della lingua straniera, come se questa bastasse da sola. È un errore colossale e uno dei motivi principali per cui la qualità delle traduzioni, almeno nel mercato che conosco personalmente (dall’italiano in inglese e viceversa) sta subendo un declino così rapido.

A proposito di qualità delle traduzioni, tu hai una notevole esperienza di procedure editoriali e lavori anche come revisore e correttore di bozze. Pensi che un traduttore dovrebbe essere anche un buon editor?

Sai, mi stupisce scoprire che un gran numero di traduttori sembra ritenere che aspetti come la leggibilità e la chiarezza non li riguardino. Nella puntata di Tradurre del 12 marzo ad esempio uno dei sondaggi evidenziava il fatto che ben più della metà dei colleghi non si occupa di quelle attività che potremmo definire complessivamente di “editing.” Il risultato è ciò che chiamo traduzioni GIGO, un acronimo che sta per “Garbage In, Garbage Out”, come dire spazzatura in ingresso, spazzatura in uscita. Conosco traduttori che vanno fieri della loro abilità di prendere un testo scritto in un brutto italiano e di riprodurlo – parola per parola e frase per frase – in un brutto inglese. La chiamano “fedeltà”. Io preferisco chiamarla pazzia.

Se capisco bene, spesso il problema inizia a monte. Mi stai dicendo che c’è una responsabilità anche da parte dei committenti?

Esatto, il problema è che la grande maggioranza dei testi che ricevo in traduzione non sono pronti per essere tradotti: dovrebbero essere inviati a un revisore e non a un traduttore. Ovviamente la questione è sempre la stessa, ossia il fatto che molti non sono in grado di scrivere in modo efficace nella propria lingua materna. Per quello che mi riguarda, certamente non mi permetto di modificare le opinioni di chi scrive o di riorganizzare i suoi pensieri, ma faccio un lavoro redazionale, quando traduco o nella fase finale di revisione. Per quanto umanamente possibile cerco di non produrre testi in inglese che il lettore non possa comprendere o nei quali la sintassi delle frasi sia talmente contorta da compromettere il significato.

Immagino che in certi casi dovrai parlarne con gli autori, un compito spesso arduo…

A volte i clienti non hanno voglia di spiegare quello che hanno scritto, a volte non c’è tempo o l’autore non è disponibile. E succede frequentemente che la persona che gestisce la traduzione mi dica “Beh, l’abbiamo letta e riletta e neanche noi sappiamo che cosa significa”, una scenetta che trovo al tempo stesso divertente e frustrante. Per quale motivo far tradurre qualcosa in inglese se non la capisci neanche in italiano?

Ti voglio fare un esempio da una traduzione che ho appena terminato, un documento dedicato al restauro di un monumento storico nel nord Italia. Ecco un brano dell’originale: “Chimica, fisica, geologia e biologia, ma anche tecnologia dei materiali antichi e moderni, ingegneria strutturale, pure già presenti, vengono richieste di ricerca e sempre più intensa specializzazione, di affinamento e avvicinamento alle problematiche poste dal restauro dei monumenti, ma sotto la speciale ottica dell’attività di conservazione.”

Ci capisci qualcosa? Potresti facilmente perdere il lume della ragione cercando di capire qual è il soggetto grammaticale della frase o l’oggetto del verbo, non ti pare?

Mi viene in mente anche un altro esempio da un catalogo di mobili che ho tradotto qualche mese fa: “L’ambiente progettato in toto dagli interior designers completa un’atmosfera decisamente fashion, esaltando uno stile cool per creare sinergie total look e 100% made in Italy.

È impossibile riprodurre una frase come questa parola per parola o proposizione per proposizione in inglese, ne verrebbe fuori qualcosa di totalmente incomprensibile. Ma il vero problema è che non significa granché neanche in italiano. Mi spieghi cosa sono le “total look synergies”? E che cosa intendono con “an environment totally designed by designers“?

In situazioni come queste il traduttore deve trovare il significato (sempre ammesso che ci sia) e ricreare il testo da capo. Se non sai scrivere in modo efficace in inglese e se non sei un buon editor non sei neanche meglio di un qualsiasi Google Translate o Babel Fish.

(continua…)

Per chi vuole avventurarsi nel mondo online di Wendell Ricketts:

www.provenwrite.com
vitavagabonda.blogspot.com
stillblueproject.blogspot.com

Andrea Spila

È nato e vive a Roma, dove dal 1989 lavora come responsabile marketing e business development di AlfaBeta, di cui è socio fondatore. Lavora inoltre come web writer, traduttore/revisore di testi nel settore tecnico-scientifico ed editoriale e formatore nei settori del web writing, della traduzione tecnica e dell’uso dei motori di ricerca. Traduce saggistica (ambiente, politica internazionale, divulgazione scientifica) per diverse case editrici, tra le quali Fandango, Longanesi e Neri Pozza. Nel 1999 ha dato vita all’associazione internazionale Traduttori per la pace/Translators for Peace. È appassionato di canto che praticherebbe con maggiore dedizione se non passasse ogni minuto libero a sviluppare la sua ultima creatura, EST.

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