Luoghi comuni e credenze popolari sulla professione del traduttore
Il problema della scarsa visibilità dei traduttori si riflette nella vita di tutti i giorni.
Presentarsi a qualcuno e dire di essere un avvocato, un medico o un bidello non provoca le stesse reazioni stupite e a volte interrogative che spesso affrontiamo dicendo che siamo traduttori, per giunta freelance, che spesso lavorano da casa. Diciamoci la verità, nemmeno molti di noi sapevano come si svolgesse realmente la giornata lavorativa di un traduttore, prima di intraprendere questo mestiere.
La svalutazione (spesso anche economica) della professione deriva principalmente dai numerosi pregiudizi che circolano tra chi non è del mestiere. Si crede che la corrispondenza tra le lingue sia automatica e biunivoca e che i traduttori siano delle macchine in grado di riprodurre qualsiasi frase o espressione gli si proponga, nell’unica soluzione valida possibile. Si può così assistere a scene del tipo:
“Ma cosa traduci?”
“In genere libri.”
“Eh, capirai la fatica, è tutto già pronto, tu devi solo ricopiarlo in un’altra lingua.”
(episodio raccontato dalla collega Chiara Marmugi)
Molti lamentano la scarsa considerazione da parte degli “addetti ai lavori”, ad esempio dell’editoria, che fanno poco per contribuire alla visibilità di professionisti, i quali restano relegati nel loro cantuccio dietro le quinte. Ma questo è nulla se confrontato con la difficoltà di dover spiegare alla gente comune che si tratta di un lavoro vero e proprio, un lavoro intellettuale che richiede studio, aggiornamento professionale e sacrifici.
C’è l’amico laureando in medicina che ti chiede di tradurgli un libro di 200 pagine che deve leggere “il più presto possibile” (concetto interpretabile in una misura di tempo che va da una settimana a massimo tre), che te lo paga, certo, mica pretende che tu glielo faccia gratis: te lo pagherà 50 euro, 100 se è un amico generoso.
C’è poi invece la persona totalmente sconosciuta, presentata da amici di amici di amici, che chiacchierando del più e del meno ti chiede:
“E che fai di bello nella vita?”
“La traduttrice.”
“Ah, e in che lingue traduci?”
“Traduco dall’inglese in italiano.”
Ti guarda con la faccia stralunata e interdetta di chi ha finalmente scoperto una nuova fonte di guadagno e dice:
“Sai, anche io so tradurre. Io già da ragazzino traducevo i testi delle canzoni!”
È ovvio che in determinati frangenti lo sforzo sovrumano per evitare di ridere e/o offendere la persona che si ha dinanzi è tale da provocare una gastrite lacerante.
Inutile parlare, poi, di quando si estrae dal cilindro la parola freelance: il tutto si fa molto più complesso. Flavia Cerrone parla con la sua fisioterapista:
“Che lavoro fai?”
“Sono una traduttrice, lavoro da freelance.”
“Ah che bello! E dove si trova Freelance?”
“Ehm, a Roma, sicuro che non lo conosci…”
Foto: “Surprise? Horror?” di Karynsig su Flickr Creative Commons








