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Professione

Scrittori-traduttori: un binomio che funziona

Manuela La Porta è andata a curiosare per i lettori di EST tra le interviste condotte da Rai Educational a più di 80 scrittori protagonisti della nostra letteratura più recente. Scrittori per un anno è un programma giunto alla terza edizione che raccoglie percorsi, impressioni e ricordi attraverso interviste molto intime e spontanee, selezionabili anche in base a percorsi tematici ben strutturati.

Avventura affascinante, viaggio verso l’opera, scoperta del tessuto linguistico. È ad Ulisse che Antonio Tabucchi paragona la figura del traduttore che, come un viaggiatore ed esploratore solitario, ha bisogno di due requisiti opposti ma paradossalmente imprescindibili per affrontare con successo la sua traversata della creazione letteraria: arroganza e umiltà.

Come Tabucchi anche Ivan Cotroneo sostiene che tradurre sia un importante esercizio di scrittura, una vera e propria disciplina. Il suo ingresso nel mondo della traduzione è stato casuale. Acquistata, da giovane e con fatica, una copia abbastanza costosa della traduzione di una sceneggiatura e rimastone deluso, decide di scrivere una lettera di protesta all’editore e di contro ottiene un’offerta di lavoro come consulente presso la casa editrice. Da qui parte la sua avventura di editor di testi inglesi e americani e poi di traduttore di Michael Cunningham e Hanif Kureishi. La traduzione, dice Cotroneo, aiuta a diventare più pazienti verso la propria scrittura, a essere disposti al cambiamento, alla negoziazione.

Un mestiere duro, quindi, quello del traduttore, tanto che Valerio Magrelli, traduttore di prosa, poesia e teatro, docente e scrittore tradotto a sua volta, legge, nella sua intervista, la traduzione di un testo francese del XVII secolo intitolato Contro la traduzione in cui l’autore afferma di essere contrario all’imitazione, di essere stufo di servire, di essere spossato dall’ingrato compito di capire “chi neppure si capì da se stesso”. Magrelli racconta poi di aver lavorato per Einaudi a un interessante esperimento letterario e linguistico, alla pubblicazione cioè della collana trilingue Scrittori tradotti da scrittori di cui fanno parte ad esempio il volume dedicato ad E.A. Poe tradotto in francese da Baudelaire e in italiano da G. Manganelli, L. Koch ed E. Mazzarotto o quello dedicato a J. Joyce con la traduzione in francese di Samuel Beckett, in italiano dello stesso Joyce insieme a N. Frank e con in appendice una nuova traduzione integrale dall’inglese di L. Schenoni.

L’avventura di traduttore di Carlo Fruttero inizia all’Einaudi, nei primi anni Cinquanta, e con Italo Calvino come compagno di stanza. Da lì, in quegli anni, passavano tutti i maggiori scrittori e intellettuali del tempo: Vittorini, Antonicelli, Venturi. Fruttero parla della sua esperienza di editor, traduttore e revisore e dei “furori” derivanti dall’ingrato compito di confrontarsi con traduzioni non sempre ben riuscite. Parla poi della sua collaborazione con Lucentini, l’incontro tra due personalità diversissime – Lucentini più razionale e controllato, Fruttero più amante della scoperta e della sorpresa – ma capaci insieme di trovare il giusto compromesso per dar vita a un’opera a quattro mani.

Jacqueline Risset, madrelingua francese a lungo vissuta in Italia, si affaccia alla traduzione con l’arduo compito di tradurre dal francese all’italiano, la sua seconda lingua, esperimento grazie al quale entra in contatto intimo con il nostro idioma e che le è servito per cimentarsi poi con una prova quasi impossibile, tradurre Dante in francese. La Divina commedia è un viaggio iniziatico, dice Jacqueline, e solo se siamo capaci di sentirne il ritmo potremo compierlo insieme all’autore. Il ritmo, sì, quando entriamo nel ritmo di un testo siamo in grado di tradurlo. Per questo motivo, secondo Risset, l’inizio di una traduzione difficilmente riesce bene.

E dell’importanza del ritmo parla anche Paolo Nori in un’interessante analisi del rispetto, da parte del traduttore, delle intenzioni non solo di senso dell’autore ma anche di suono. A riprova di ciò Nori ci legge l’inizio di un romanzo di Dostoevskij Memorie dal sottosuolo, una vera e propria “trottola sonora” generata dalla presenza costante ma ogni volta cambiata di posto di pronome, sostantivo e aggettivo all’interno delle prime tre frasi. Un ordine delle parole preciso, che ci restituisce, oltre al ritmo della narrazione, l’immagine del personaggio e che se non viene rispettato comporta una perdita doppia.

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