
Sembra impensabile ma esistono dei luoghi in cui costruire sulle proprie capacità linguistiche una professionalità da mettere al servizio della diffusione di idee condivise è a tutt’oggi un reato. Sono i luoghi di guerra, i paesi a regime totalitario in cui è abolita la libertà di espressione, i luoghi in cui l’interprete e il traduttore non sono che mercenari che si vendono al miglior offerente, nemici da eliminare.
È il caso del Darfur, la regione situata nella parte occidentale del Sudan, in cui dal 2003 è in atto un conflitto che vede contrapposti i miliziani islamici delle tribù nomadi dei Baggara e la popolazione delle tribù stanziali non Baggara. Ed è il caso di Daoud Hari, scrittore sudanese, interprete per diverse ONG e guida di giornalisti occidentali che nel 2006 viene imprigionato e torturato con il reporter con il quale stava collaborando, Paul Salopek, dal governo sudanese. L’accusa per Daoud è quella di spionaggio compiuto attraverso il lavoro di interpretariato nelle tre lingue di competenza, zaghawa, arabo e inglese, attraverso il quale Daoud ha favorito e garantito la diffusione di notizie sulle vicende sanguinose del suo paese.
Tante fortunatamente le voci che, a seguito della notizia della cattura, si sono levate a livello internazionale in favore della liberazione del reporter e del suo interprete, con gli Stati Uniti e Bono degli U2 come rappresentante del mondo della musica in prima linea. Proprio grazie a queste pressioni internazionali Daoud Hari e Paul Salopek sono stati liberati.
Ma se la vicenda dell’interprete sudanese ha avuto un esito positivo, il problema della tutela di tutte le persone che prestano i loro servizi linguistici in zone di guerra o comunque in zone a libertà di espressione limitata, rimane. Perché quello di Daoud è soprattutto un caso emblematico di diritti violati che porta alla luce come spesso gli aspetti negativi della professione vadano ben oltre i problemi terminologici o di relazione con il committente.
È proprio nel senso di una necessità di maggiore tutela in questi settori professionali che ci si chiede allora quale sia il ruolo di tutte le associazioni internazionali che si propongono di salvaguardare i diritti dei traduttori e degli interpreti. Mi rivolgo direttamente a Micheal Friel ex presidente della FIT-ITF (Fédération Internationale des Traducteurs), l’organizzazione da cui nel 1963 è nata la Carta del traduttore, documento che stabilisce diritti e doveri del traduttore. «Molte organizzazioni internazionali – mi dice – non si preoccupano poi tanto di queste disumanità. Sono Amnesty International e PEN, l’associazione che difende la libera circolazione delle idee, che invece se ne occupano, combattendole incessantemente. In Iraq, in Afghanistan e in Sudan i traduttori (appartenenti soprattutto a ONG) vengono imprigionati, additati come collaboratori degli estremisti; costretti a fuggire, sempre che le loro famiglie non siano già state attaccate e decimate. Sono quindi le stesse istituzioni a non riconoscere ai traduttori il loro status, mistificandone, nella pratica».
Una conferma che in questo ambito c’è ancora molto da fare. Mi rivolgo allora a Alan Wheatley, segretario generale dell’ITI (Institute of Translation and Interpreting) il quale, dimostrando l’interesse dell’organizzazione nei confronti della vicenda dell’interprete sudanese, mi consiglia di visitare il sito dell’ITI e di scaricare un’intervista a Daoud Hari dal titolo “A voice for the voiceless”.
Riprendiamo allora le fila della storia di Daoud Hari partendo dalla sua stessa testimonianza per leggere che la sua vicenda comincia quando decide di sottoporre all’attenzione del mondo gli eventi di quella terra sperduta e di diventare interprete per un investigatore che si occupa dei genocidi già commessi e di quelli ancora in corso. Fugge dal suo villaggio in fiamme e sotto la falsa identità di Suleiman Abakar Moussa presta il suo servizio in Ciad dove lo svolgimento dell’attività di interpretariato per legge non è permesso ai rifugiati. Da qui, protetto dalla falsa cittadinanza ciadiana, varca continuamente il confine con il suo paese collaborando con reporter e ONG e raccogliendo tante voci delle vittime di guerra. È da questo suo punto di vista particolare ma poco invidiato che Daoud Hari ha anche modo di riflettere sul suo mestiere, affermando che l’interprete è “il segreto per un buon reportage, fatica molto, rischia ancora di più e nonostante tutto si prende i meriti minori”. Leggendo l’intervista mi colpisce quello che Daoud Hari dice riguardo alla sua infanzia, quando non sapeva cosa avrebbe significato in futuro per lui conoscere diverse lingue e, al contrario, parlare un’altra lingua era un aspetto superfluo. “Quando eravamo bambini non sapevamo parlare l’arabo, né loro sapevano parlare lo zhagawa. Ma giocare vuol dire giocare. Non hai bisogno di qualcuno che traduca. Un cammello è un cammello! (…) Condividevamo lo stesso lago, gli stessi cammelli, gli stessi alberi e gli stessi monti. Parlare non aveva alcuna importanza”.
Dalla sua esperienza Daoud ha tratto un libro toccante e di grande realismo con il quale spera che ognuno possa finalmente giungere a conoscenza di ciò che accade nel suo paese. Il libro, intitolato The Translator: A Tribesman’s Memoir of Darfur e uscito in Italia come Il traduttore del silenzio, racchiude, nello spazio delle sue duecento pagine, storie tragiche, immagini di bambini senza infanzia e tutta l’urgenza disperata di quei territori.
Ma ancora adesso che le sue parole vengono lette nelle quattordici lingue in cui il libro è stato tradotto, rimangono da interpretare le posizioni dei diversi organi di tutela dei diritti di chi come lui rischia la vita per scrivere le frasi che il mondo non può non leggere.
Foto: Darfur, Sudan su Flickr (Radio Nederland Wereldomroep)







