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	<title>European School of Translation&#187; Ritratti</title>
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	<description>Formazione online per traduttori europei</description>
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		<title>Riscritture: intervista a Teresa Solana</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 15:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Zoppi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[salone internazionale del libro]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<category><![CDATA[teresa solana]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione e scrittura]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Zoppi ha incontrato al Salone Internazionale del Libro di Torino la scrittrice e traduttrice Teresa Solana e l'ha intervistata per EST.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/06/scorciatoia_paradiso.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3096" style="margin: 10px;" title="Scorciatoia per il paradiso di Teresa Solana, Sellerio" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/06/scorciatoia_paradiso.jpg" alt="" width="130" height="188" /></a></strong></p>
<p>In occasione del <a title="Salone Internazionale del Libro di Torino" href="http://www.salonelibro.it/" target="_blank">Salone Internazionale del Libro di Torino</a>, Paola Zoppi ha incontrato la scrittrice e traduttrice catalana Teresa Solana.</p>
<p><strong>PZ: Nel tuo libro, Scorciatoia per il paradiso, edito da Sellerio e tradotto da Barbara Bertoni, attribuisci un doppio lavoro al traduttore, che è anche ladro. Cosa ti ha spinto ad affidargli questo ruolo?<br />
TS: </strong>Volevo spiegare ai lettori la difficoltà per i traduttori di sopravvivere; il caso che racconto nel libro è un caso vero: un traduttore che vive in modo precario, non ha un lavoro, poco denaro. Ho cercato, attraverso questo personaggio, di spiegare ai lettori che il lavoro dei traduttori è molto importante, ma è pagato molto male in Spagna, sebbene penso che sia così anche in Italia: conosco molti traduttori italiani, sono miei amici, e conosco bene la situazione.</p>
<p><strong>PZ: Oltre che scrittrice, sei un&#8217;importante traduttrice e collabori con la prestigiosa <a title="Casa del Traductor" href="http://www.casadeltraductor.com/" target="_blank">Casa del Traductor</a> di Tarazona. Come hai iniziato il lavoro di traduttrice?<br />
TZ:</strong> Quando ero più giovane lavoravo per una casa editrice, come lettore in lingua originale di romanzi o saggi provenienti da altri paesi; un giorno ebbero bisogno di qualcuno che traducesse dall&#8217;inglese un lavoro di Mortimer Wheeler sull&#8217;architettura antica di  <strong><a href="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/06/teresa-solana1.jpg"><img class="size-full wp-image-3093 alignright" style="margin: 10px;" title="teresa solana" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/06/teresa-solana1.jpg" alt="" width="168" height="245" /></a></strong>Roma, cercavano una persona che conoscesse la lingua ma che avesse anche una conoscenza di greco, latino, di lavori antichi, un po&#8217; la mia specializzazione. Ho deciso quindi di tradurre questo libro e ho scoperto il fascino di questo lavoro.</p>
<p><strong>PZ: Quanto sono distanti lo scrittore e il traduttore?</strong><br />
<strong> TS:</strong> È un lavoro diverso perchè quando traduci, ri-scrivi il testo ma non puoi cambiare le cose: puoi cambiare qualche parola,  qualche frase per renderla leggibile, ma non puoi cambiare il senso, mentre quando scrivi il tuo libro devi essere assolutamente libero di fare quello che vuoi. È  una prospettiva diversa.</p>
<p><strong>PZ: Credi nell&#8217;invisibilità del traduttore?</strong><strong><br />
TS: </strong>Assolutamente no. Proprio no. Dico sempre ai miei traduttori &#8220;quando pensate che ci sia qualcosa che non funziona nella vostra lingua dovete cambiarla, mantenendo sempre il significato autentico&#8221;, ma non sono proprio d&#8217;accordo con questa idea che il traduttore debba essere invisibile.</p>
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		<title>Intervista ad Antonietta Pastore</title>
		<link>http://www.e-schooloftranslation.org/2010/05/intervista-ad-antonietta-pastore/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 14:53:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Zoppi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[antonietta pastore]]></category>
		<category><![CDATA[giappone]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione letteraria]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Zoppi ha intervistato la docente, scrittrice e traduttrice Antonietta Pastore, parlando di lingua e cultura giapponese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>PZ: Innanzitutto ad Antonietta Pastore, docente, scrittrice e traduttrice, vorrei chiedere una prima curiosità, da dove nasce la sua passione per la lingua giapponese, che noi occidentali siamo frequentemente abituati a considerare molto distante da noi?<br />
AP:</strong> Mi sono avvicinata alla cultura giapponese per ragioni personali: ho sposato un giapponese, conosciuto in Europa, e con lui mi sono trasferita dopo qualche anno in Giappone. A decidermi a compiere questo passo è stata la fascinazione che il paese ha esercitato su di me durante il mio viaggio di nozze: in quell&#8217;occasione sono rimasta estremamente colpita dalla raffinatezza della cultura, la cortesia della popolazione, l&#8217;originalità dell&#8217;estetica tradizionale. Il desiderio di imparare la lingua è stato una diretta, immediata conseguenza di questa fascinazione.</p>
<p><strong><a href="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/05/antoniettapastore.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2880" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Leggero il passo sui tatami" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/05/antoniettapastore.jpg" alt="" width="200" height="296" /></a>PZ: Nel suo ultimo libro, Leggero il passo sui tatami, edito da Einaudi, racconta i suoi sedici anni in Giappone, qual è stata la sua esperienza di orientamento in questo paese totalmente sconosciuto?<br />
AP:</strong> In realtà mi ci sono sono voluti diversi anni per trovare un rapporto equilibrato con la società giapponese. Dopo un primo periodo di innamoramento incondizionato per questa cultura, sono passata a una fase di totale rifiuto. In seguito ho dovuto compiere uno sforzo notevole per superare il limiti della mia forma mentis, profondamente condizionata dall&#8217;educazione ricevuta in Europa, e avvicinarmi a quella giapponese senza pregiudizi e senza preconcetti. Quando mi sono resa conto, concretamente, che il concetto di buon senso è molto relativo e non può avere valore universale, ho compiuto un grande passo avanti.</p>
<p><strong>PZ: Com&#8217;è riuscita a tradurre, in sé, questa cultura?<br />
AP: </strong>Un grande aiuto l&#8217;ho avuto dalla letteratura. Scoprire l&#8217;esistenza di scrittori giapponesi come Natsume Soseki, Kawabata Yasunari, e altri grandi e meno grandi, ha aperto uno spiraglio nella cortina di pregiudizi che offuscava la mia percezione della mentalità giapponese. Ho capito che solo un popolo di profonda umanità e ricchezza spirituale poteva produrre una letteratura di tale livello, e ho cominciato a chiedermi se la chiusura non fosse soprattutto mia, e a guardare le persone che mi stavano intorno con occhi diversi. Questo mio mutato atteggiamento ha d&#8217;altra parte indotto i giapponesi con cui venivo in contatto a una maggiore apertura nei miei confronti, e da lì è iniziato un percorso evolutivo in cui ho potuto costruire un rapporto più equilibrato con la società in cui vivevo, e adottarne molti valori. Il mio libro Leggero il passo sui tatami parla fondamentalmente di quest&#8217;esperienza esistenziale.</p>
<p><strong>PZ: Lei è certamente una delle più celebri traduttrici delle voci della letteratura giapponese più importanti, voci come quelle di Abe, Izekawa, Inoue, Soseki e il contemporaneo Murakami. Qual è, secondo lei, il rapporto che si instaura fra il traduttore e il testo?<br />
AP: </strong>Nel mio caso, quando traduco un testo cerco di tener conto della diversità del contesto culturale in cui è nato. In altre parole, cerco di conservare intatta la personalità dei personaggi, l&#8217;atmosfera dei luoghi, la peculiarità delle circostanze. Cioè faccio attenzione a <strong>non &#8216;italianizzare&#8217; il testo</strong>, cosa che risulterebbe forse di più facile lettura per il pubblico italiano, ma costituirebbe un &#8216;tradimento&#8217; nei confronti dell&#8217;autore. Questo è uno dei grandi problemi della traduzione, perché se da una parte è necessario rendere il testo scorrevole e vivace, non lo si può trasformare in qualcos&#8217;altro. Per fare un esempio, spesso trovo le traduzioni americane molto belle dal punto di vista della scrittura e del linguaggio, ma infedeli in quanto &#8216;americanizzano&#8217; personaggi e atmosfere. Ora questo non va bene, perché il ruolo del traduttore è sì di rendere al meglio nella propria lingua un testo originariamente scritto in un&#8217;altra, ma anche di dare un&#8217;immagine fedele di una civiltà e di un paese sconosciuti al lettore. Quindi, anche se mi lascio coinvolgere emotivamente dall&#8217;opera che sto traducendo, cerco di conservare nei suoi confronti la mente lucida.</p>
<p><strong>PZ: Sempre nel suo libro, lei arriva a mettere in discussione i propri parametri occidentali per comprendere fino in fondo i meccanismi della società giapponese. Questo è accaduto nel suo mestiere di traduttrice?<br />
AP: </strong>La risposta si riallaccia a quella precedente. I parametri di giudizio sono diversi in civiltà diverse, e occorre rispettarli nella traduzione, anche quando il traduttore non li condivide. Faccio un esempio concreto: in italiano l&#8217;aggettivo &#8216;orgoglioso&#8217; in genere ha valore positivo, mentre in giapponese no, viene piuttosto associato al concetto di &#8216;arrogante&#8217;, &#8216;poco modesto&#8217;; la stessa cosa si potrebbe dire dell&#8217;aggettivo &#8216;individualista&#8217;, che per un italiano evoca un&#8217;idea di indipendenza, mentre per un giapponese è piuttosto sinonimo di &#8216;poco cooperativo&#8217; ed &#8216;egoista&#8217;. Quando si traducono questi aggettivi in italiano è quindi necessario fare molta attenzione a non trasformare in qualità quelle che nell&#8217;intenzione dell&#8217;autore non lo sono. Bisogna cioè rispettare i valori dell&#8217;autore e della sua civiltà, anche se non sono in sintonia con quelli del traduttore. In casi estremi in cui per motivi etici non si possa accettare di farlo (supponiamo il caso di un testo di propaganda politica), meglio rinunciare alla traduzione in questione.</p>
<p><strong>PZ: Cosa consiglierebbe a chi volesse accostarsi per la prima volta alla lingua giapponese?<br />
AP:</strong> Se stiamo parlando di traduzione, meglio scegliere un testo che piace, che sia &#8216;nelle proprie corde&#8217;. Questo è valido sempre, ma in particolar modo per un esordiente. Se invece stiamo parlando di studio della lingua, penso che sia necessario avere delle motivazioni profonde per sostenere lo sforzo che implica. Se queste motivazioni ci sono, ne vale veramente la pena. All&#8217;inizio credo che non sia bene insistere troppo sul&#8217;apprendimento degli ideogrammi, perché abbiamo una memoria visiva e scrivere le parole giapponesi anche in caratteri latini aiuta a ricordarle. Quanto agli ideogrammi, è bene sapere che  si riconoscono meglio se inseriti in un testo, piuttosto  che isolati (questo d&#8217;altronde è valido per tutto, Gestalt insegna).</p>
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		<title>Intervista a Fabio Cremonesi &#8211; Gran Vía</title>
		<link>http://www.e-schooloftranslation.org/2010/04/intervista-a-fabio-cremonesi-gran-via/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 14:21:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annalisa Dolzan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[fiera editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione letteraria]]></category>

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		<description><![CDATA[L'intervista di Annalisa Dolzan a Fabio Cremonesi, editore di Gran Vía.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione del <strong>BUK Festival </strong>della Piccola e Media Editoria di  Modena<strong> Annalisa Dolzan</strong>, docente di traduzione dallo spagnolo  presso l’istituto per interpreti e traduttori di Trento (<a title="ISIT" href="http://www.isit.tn.it/IT/homepage/">ISIT</a>) ha incontrato e  intervistato  in merito al <strong>rapporto tra editore e traduttore </strong>alcuni  editori che propongono ai lettori italiani narrativa spagnola e  ispanoamericana contemporanea.</p>
<p>Vi proponiamo l&#8217;intervista a <strong>Fabio Cremonesi, editore di Gran Vía</strong>.</p>
<h2>Gran Vía</h2>
<p><a href="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/04/granvia.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-2745" title="Gran Via" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/04/granvia.gif" alt="" width="183" height="164" /></a>Gran Vía è una piccola casa editrice nata 4 anni fa. Ha 2 collane: una di narrativa ispanoamericana e una di narrativa della<strong> Spagna “plurale”</strong>, dove per plurale si intende non solo autori che scrivono in castigliano, ma anche in basco, catalano o galiziano, le altre lingue ufficiali del Paese.</p>
<p>Gran Vía produce una decina di titoli all’anno, (con tirature tra le  mille e le 3 mila copie). Intorno a questi numeri ci sono diversi  traduttori. Alcuni hanno tradotto 4-5 libri e altri, per vari motivi, ne  hanno fatto uno solo.  Segnaliamo il caso del <strong>basco</strong>: dal basco all’italiano all’editore risulta  vi sia una sola traduttrice, che dunque è monopolista e, per fortuna, &#8211;  ci dicono &#8211; è anche bravissima!</p>
<p>La editrice privilegia autori attenti alla realtà sociale e  alla storia contemporanea, piuttosto che punti di vista intimisti, per  dare spazio a voci più difficili da trovare tra gli autori italiani.</p>
<h2>L&#8217;intervista</h2>
<p><strong>AD: Cosa dice a un aspirante traduttore letterario?</strong><br />
<strong>FC:</strong> Nella mia esperienza – come dico ai seminari delle<strong> Giornate della traduzione letteraria</strong> all’Università di Urbino – è fondamentale il modo di presentarsi professionale. Apprezzo le presentazioni ben fatte: curriculum ben fatto, con un capitolo di assaggio di un testo ben tradotto e corredato dal testo originale.</p>
<p>È importante anche la consapevolezza che la traduzione è importante ma è comunque solo un passo in un ciclo produttivo piuttosto complesso: una settimana di ritardo per il traduttore può quindi essere indifferente, mentre in realtà scombussola il lavoro a valle, per la tipografia, la promozione, la distribuzione ecc. Sono cose che non vanno sottovalutate.<br />
Magari uno per ingenuità o inesperienza, se è consapevole di tradurre bene, pensa che sia l’unica cosa e che giustifichi qualunque altra manchevolezza. Purtroppo non è vero.</p>
<p><strong>AD: Qual è invece la parte più apprezzabile del lavoro del traduttore?<br />
FC:</strong> Io sono anche traduttore, per cui faccio più fatica a rispondere, perché sto anche parlando di me.<br />
La cosa che io apprezzo molto del traduttore è anzitutto l’italiano. Per me è più importante della lingua di partenza. Sul testo di partenza qualunque errore si riesce ad aggiustare, sull’italiano di arrivo – se abbiamo una traduzione che parte col piede sbagliato – è molto più difficile ed è laboriosissimo.<br />
Un’altra cosa è saper accogliere il lavoro di chi viene dopo – di chi fa la <strong>revisione della traduzione</strong>, rivede le bozze ecc.. Non va percepito come un nemico con cui fare il braccio di ferro, ma come un compagno di squadra. Anche perché, in fondo, – e qui parlo come traduttore – è uno che sta lavorando per me ma prende lo stipendio da un altro. A mio avviso è una questione di <strong>esperienza del traduttore</strong>: più un traduttore è navigato e più accetta costruttivamente, positivamente, il lavoro di chi fa la revisione. Spesso sono proprio i traduttori più giovani o con meno esperienza che se la prendono di più – magari come una cosa personale – pensando ‘devo difendere fino alla morte le mie scelte’. Dopodiché è anche vero che, come in tutti i processi, tutti sbagliano un po’. Per cui ci saranno le volte in cui effettivamente sbaglia il traduttore e le volte in cui sbaglia chi fa la revisione.</p>
<p><strong>AD: Che tipo di rapporto riuscite a instaurare con i vostri traduttori e i vostri editor?<br />
FC:</strong> La parte redazionale la facciamo tutta all’interno. È una relazione peculiare, ma non sfugge ai rapporti che intrattengono le persone. Io mi ricordo due o tre episodi spiacevoli, ma molti, molti più episodi positivi e costruttivi.</p>
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		<title>Intervista a Luca Burei &#8211; Edizioni Estemporanee</title>
		<link>http://www.e-schooloftranslation.org/2010/03/intervista-a-luca-burei-edizioni-estemporanee/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 09:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annalisa Dolzan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Estemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[fiera editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione letteraria]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del BUK Festival della Piccola e Media Editoria di Modena Annalisa Dolzan, ha intervistato Luca Burei, editore di Edizioni Estemporanee in merito al rapporto tra editore e traduttore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/03/logo_ed_est.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-2640" style="margin: 10px;" title="logo_ed_est" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2010/03/logo_ed_est.gif" alt="" width="208" height="77" /></a>In occasione del <strong>BUK Festival della Piccola e Media Editoria di Modena </strong>Annalisa Dolzan, docente di traduzione dallo spagnolo presso l’istituto per interpreti e traduttori di Trento (<a title="ISIT" href="http://www.isit.tn.it/IT/homepage/">ISIT</a>) ha incontrato e intervistato  in merito al <strong>rapporto tra editore e traduttore </strong>alcuni editori che propongono ai lettori italiani narrativa spagnola e ispanoamericana contemporanea.</p>
<p>La prima intervista che vi proponiamo è quella fatta a<strong> Luca Burei</strong>, editore di <a title="Edizioni Estemporanee" href="http://www.edizioniestemporanee.it/" target="_blank"><strong>Edizioni Estemporanee</strong></a>, una piccola casa editrice specializzata in letteratura ispanoamericana attenta soprattutto alle novità (singoli autori o “filoni”), fra le cui uscite recenti c’è la panamense <strong>Rosa Maria Britton</strong>, una delle scrittrici di maggior peso e valore nel Centro America e prima autrice panamense proposta in Italia.</p>
<p>Edizioni Estemporanee gode di una rete di scouting nei paesi latinoamericani e partecipa ad alcune fiere locali: Guadalajara, Santo Domingo, L’Avana, per citarne alcune.</p>
<p><strong>AD: Chi sono i vostri traduttori?</strong><br />
<strong>LB:</strong> esistono due tipologie. La prima tipologia è quella del traduttore che si propone con un’opera che ritiene interessante. È un approccio che consiglio vivamente, anche perché viviamo in un momento nel quale tutti si devono rendere conto che è cambiato il mercato, quindi io sono ben contento se arriva un traduttore e mi dice «io conosco questo autore, lo trovo interessante, ho una prova di traduzione».<br />
Trovo addirittura geniale chi fa uno sforzo ulteriore e ha già capito come sono i diritti d’autore, (cioè se sono liberi o se non sono liberi), e, ancora meglio se si è informato su eventuali sovvenzioni alla pubblicazione da parte degli Stati di origine.<br />
Poi abbiamo i traduttori che ci arrivano dalle università, dalle facoltà, dai master in traduzione e così via.<strong></strong></p>
<p><strong>AD: Quanti traduttori lavorano per voi dallo spagnolo?<br />
LB</strong>: Abbastanza. Abbiamo alcune traduttrici che hanno lavorato su vari libri. Anche il mio socio, Dario Bonomini, è un traduttore, e ha tradotto Miguel Mejides, un cubano con un linguaggio abbastanza difficile da tradurre- O ormai è diventato il suo traduttore di fiducia, tant’è che su un romanzo sul quale c’era un dubbio se lo pubblicassimo noi o no, l’autore aveva chiesto espressamente a Dario di occuparsi della sua traduzione. Se si instaura un certo tipo di rapporto e se c’è una simbiosi tra un autore e un traduttore è più facile anche per il traduttore mantenere questo rapporto con la casa editrice.</p>
<p>Noi proponiamo anche autori abbastanza difficili da tradurre. Un cubano non è assolutamente facile: lo spagnolo è molto particolare, molto gergale, bisogna aver vissuto a Cuba per capire che cosa vuol dire e darne la traduzione esatta. Quindi, o sei esperto in letteratura cubana o ti sei già cimentato su traduzioni di autori cubani, oppure il testo che ne viene fuori deve essere attentamente ricontrollato.</p>
<p>Edizioni Estemporanee attualmente ha 14 titoli di letteratura latinoamericana, due sono in programma per quest’anno: il secondo romanzo di Miguel Mejides e probabilmente un altro romanzo di un giovane autore argentino.</p>
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		<title>Vanni Bianconi, poeta e traduttore ticinese</title>
		<link>http://www.e-schooloftranslation.org/2009/11/incontro-con-una-voce-poetica-emergente/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 10:11:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Di Persio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[babel]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[vanni bianconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Classe 1977, direttore artistico del Babel festival di letteratura e traduzione, poeta e traduttore emergente. Per Vanni Bianconi le parole (poetiche) sono importanti e lo abbiamo incontrato per palarne.     ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1617" style="margin: 10px;" title="vanni_bianconi_3" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2009/07/vanni_bianconi_3.jpg" alt="vanni_bianconi_3" width="243" height="167" />«Sempre tentato. Sempre fallito. Non importa. Tentare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio». Parola di Samuel Beckett  e parola di Vanni Bianconi, giovane poeta e traduttore ticinese, da diversi anni direttore artistico del <a title="Babel festival di letteratura e traduzione" href="http://www.babelfestival.com/" target="_blank"><strong>Babel festival di letteratura e traduzione</strong></a>, che in questo modo definisce il continuo equilibrismo semantico ed espressivo del <strong>tradurre poesia</strong>. Nato nel 1977 a Locarno e oggi residente a Londra, Vanni è oggi una delle figure emergenti della poesia contemporanea con la pubblicazione nel 2004 della sua prima silloge poetica, <em>Faura dei morti</em> e la vittoria del Premio Schiller &#8220;Incoraggiamento&#8221; 2009 con <em>Ora prima. Sei poesie lunghe.</em> All&#8217;attività compositiva Vanni Bianconi affianca quella di traduzione di poesia con un lavoro sui testi della poetessa irlandese Eiléan Ní Chuilléanáin<strong> </strong>realizzato per la sua tesi di laurea, con la traduzione di poemi di Michael Donaghy sulla rivista &#8220;<a title="Testo a fronte" href="http://www.marcosymarcos.com/testo_a_fronte.htm" target="_blank"><strong>Testo a fronte</strong></a>&#8221; e con un progetto di traduzione del poema <em>For the Time Being </em>di W.H. Auden ancora in corso. Lo abbiamo incontrato per parlare con lui di poesia, di <strong>traduzione poetica</strong> e di tradizione  linguistica.</p>
<p><strong>Qual è stato il percorso formativo e intimo che ti ha avvicinato alla poesia e alla traduzione di poesia?</strong></p>
<p>Tutto è partito semplicemente dalla lettura di poesia: leggere poesia mi ha portato &#8220;automaticamente&#8221; a scrivere poesia, scrivere mi ha portato &#8220;automaticamente&#8221; a tradurre. Devono essere parti di uno stesso processo, forse quello che fa del poeta uno strumento della lingua, che con la lettura, la traduzione e la scrittura si tempra.</p>
<p><strong>Quanto è stata importante l&#8217;eredità genetica del multilinguismo ticinese?</strong></p>
<p>Credo che il Ticino mi abbia portato naturalmente a confrontarmi con altre lingue e quindi con altre letterature, alcune tradotte, ma spesso anche in lingua originale, e così ad allontanarmi presto della poesia italiana, almeno quella contemporanea, e facendomi sentire più &#8220;a casa&#8221; in quella straniera. Di qui, forse, il desiderio di portare nella propria lingua quegli &#8220;amici&#8221; stranieri.</p>
<p><strong>Qui a EST abbiamo spesso affrontato la questione dell&#8217;invisibilità del traduttore e della necessità di un più ampio riconoscimento (anche economico) della professione. Inutile dire che nel caso della traduzione poetica le cose non vanno meglio. Cosa ne pensi? La consapevolezza del valore della professione è forse maggiore in una realtà territoriale multilingue?</strong></p>
<p>Forse quello che la poesia ha nel suo DNA è piuttosto una consapevolezza della propria invisibilità, a livello pratico. A volte ci si trova a sperare che questa esistenza aliena a leggi di mercato o dettami della moda permetta alla poesia di mantenersi più indipendente dall&#8217;effimero. Ma ci si ricrede molto presto. Ad ogni modo, se si traduce poesia forse si è d&#8217;entrata più rassegnati alla condizione di assurda invisibilità che tocca ai traduttori, e se lo si fa è esclusivamente per una ricerca propria (ma rimane un lavoro che, idealmente, dovrebbe essere riconosciuto come tale). In Ticino non è diverso, ma in genere in Svizzera le istituzioni sono attente all&#8217;importanza della traduzione (ci sono borse federali per i traduttori, case dei traduttori, simposi e convegni, un programma come Moving Words di Pro Helvetia, e un festival di traduzione come Babel).</p>
<p><strong>Hai tradotto all&#8217;italiano i testi poetici di Michael Donaghy e Eiléan Ní Chuilléanáin, perché questa scelta e in che modo i due impegni di traduzione si sono rivelati differenti l&#8217;uno dall&#8217;altro?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Li ho scelti perché sono poeti che stimo molto, ma anche perché li ho conosciuti personalmente. La traduzione di Eiléan, tra le altre cose, mi ha portato a sperimentare una lingua consonantica e gutturale, ad avvicinare la mitologia, la storia, la politica irlandesi, e in qualche modo a cercare di assumere una &#8220;prospettiva femminile&#8221; sulle cose. La traduzione di Michael, tra le altre cose, a comprendere meglio la metrica inglese e le possibilità della poesia di unire lirico e quotidiano, pubblico e segreto, musica e pensiero.</p>
<p><strong>Nell&#8217;andirivieni creativo tra la tua attività di poeta e quella di traduzione di poesia, in che modo, se è accaduto, si sono influenzate reciprocamente?</strong></p>
<p>In modo totale. Traduco per scrivere e scrivo per tradurre, entrambi strumenti per affilare le punte espressive e cercare l&#8217;attrito tra parole e circostanze.</p>
<p><strong>Ci sono delle scelte traduttive coraggiose delle quali vai particolarmente fiero? </strong></p>
<p>Prima tra tutte la scelta di tradurre l&#8217;<em>Oratorio di Natale (For the Time Being)</em> di W.H. Auden, un lungo poema dall&#8217;impressionante ricchezza di forme &#8211; metri e schemi di rime rigorosi, tradizionali o inventati, parti recitative, ninnananne, filastrocche -, di registri e di toni, dal meditativo al bollettino meteo, dal profetico all&#8217;elegiaco. Al suo interno ci sono diverse soluzioni &#8220;coraggiose&#8221; di cui vado momentaneamente fiero, ma finché le percepisco come tali è probabile che le cambierò &#8211; il coraggio in una traduzione è importante, ma deve farsi invisibile anche lui.</p>
<p><strong>Qual è il prossimo poeta o quale la prossima poetessa che ti piacerebbe tradurre e perché?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Al momento, paradossalmente, traduco soprattutto poesie italiane in inglese, per poterne discutere con amici anglofoni. Deve essere ancora un&#8217;altra parte dello stesso processo&#8230; Per il resto continuo a tradurre poesie di vari poeti che mi piacciono, per capire meglio il loro lavoro e misurarlo sulla lingua italiana, ma non sto pensando a un lavoro su un unico poeta.</p>
<p><strong>Quali sono a tuo avviso i principali strumenti di autopromozione per un traduttore di poesia alle prime armi? </strong></p>
<p>Impegnarsi per raggiungere le armi successive, poi quelle successive, e poi eventualmente pensare all&#8217;autopromozione, anche se non so se sia il termine giusto. Credo che si traduca poesia per imparare a scrivere poesia, o comunque per capire meglio un autore. Se poi si ritiene che sia importante portare quel poeta al lettore italiano, e si è soddisfatti del proprio lavoro, a quel punto si cerca di promuovere il libro presso le case editrici. È un&#8217;altra accezione dell&#8217;invisibilità del traduttore, questa positiva. Non si promuove se stessi ma il libro: questo è il risultato pubblico di una passione privata, un corteggiamento, e in simili casi rimanere invisibile è importante.</p>
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		<title>Il protagonista che non c’era</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 20:57:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Di Persio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un felice caso di riconoscimento mediatico che ha per protagonista il traduttore della saga di Twilight Luca Fusari mette in luce nuove forme di visibilità della professione che partono dalle culture partecipative del web.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1105" style="margin: 10px;" title="puzzle_articolo" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2009/04/puzzle_articolo.jpg" alt="puzzle_articolo" width="224" height="149" />Se gli elementi della situazione riportata nel <a title="Intervista a Luca Fusari" href="http://www.youtube.com/watch?v=YBjwXPDEoTU" target="_blank">video della settimana di EST</a> potessero essere riorganizzati come tessere di un puzzle ideale per analoghi scenari, la collocazione dell’ultimo tassello svelerebbe una presenza inattesa. Da una parte un pubblico urlante in pieno delirio di riconoscenza per i romanzi della saga di <strong><em>Twilight</em> </strong>che narrando le vicende di Edward il vampiro e della giovane Bella hanno saputo parlare ai turbamenti e alle passioni crepuscolari degli animi romantici. Dall’altra, sul palco, l’oggetto di tanta acclamazione. Non l’autrice Stephenie Meyer che a partire da <em>Twilight</em> ha dato vita alla fortunatissima saga riproponendo in chiave attuale i principali ingredienti del gotico. Né gli attori protagonisti della versione cinematografica del romanzo, già decretati nuovi idoli delle teenager. Ultimo tassello e inaspettato pezzo a completamento del quadro sarebbe in questo caso il traduttore.</p>
<p>È con questa bella novità che si presenta il primo raduno nazionale dei fan di <em>Twilight</em> tenutosi a Volterra il 19 aprile scorso, con Luca Fusari, traduttore della saga della Meyer in questo caso ma con alle spalle un già solido percorso nella traduzione editoriale, tra i suoi ospiti più acclamati. Una dimensione insolita quella della ribalta per una professione la cui invisibilità, quando non correlata a indeterminatezza di status professionale e a tariffe inadeguate, può essere ascritta a una scelta ben precisa.</p>
<p>È allo stesso Luca Fusari che rivolgo queste osservazioni: «Le mie apparizioni pubbliche legate a <em>Twilight</em> &#8211; risponde Luca &#8211; in realtà sono state soltanto tre, e in due casi ho parlato di fronte a un pubblico in cui i/le fan erano in minoranza (un incontro con alunni delle scuole superiori del trevigiano, alla fine del 2007, e un dibattito sul rapporto fra traduzione del libro e adattamento della sceneggiatura del film, organizzato lo scorso marzo all’interno del Centro Traduttori della Children’s Book Fair di Bologna); inoltre ho contribuito all’antologia de <em>Il mestiere di riflettere</em> e anche di quella mi è capitato di parlare in occasioni formali. Perciò discutere in pubblico del mio mestiere non è una novità assoluta per me, e sono ben contento di poterci mettere la faccia quando capita: nell’invisibilità preferisco calarmi quando sono davanti al computer o al libro, a lavorare, mentre quando si tratta di fare divulgazione pura e semplice sulla nostra professione o di mettersi in gioco per sottolineare l’importanza del traduttore (come del revisore, del correttore di bozze e del resto dei ruoli ‘invisibili’ della filiera) sono ben contento di non risultare poi così trasparente. E comunque credo che la venerazione delle fan non vada a me in quanto “divo” ma alla figura del traduttore, del catalizzatore che riscrive un libro altrui e lo trasporta all’interno di un’altra cultura, e sia più che altro un tributo all’importanza del lavoro che svolgiamo».</p>
<p>Rimane allora il fatto, positivo, che un simile tributo possa considerarsi un premio per i tanti sforzi che vengono compiuti quotidianamente in direzione di una maggiore visibilità, intesa come rafforzamento dello status della professione attraverso il riconoscimento. A precedere di pochi giorni il raduno di Volterra, l&#8217;intervento sul tema da parte di una delle principali artefici di questi sforzi, la fondatrice di <a title="Biblit" href="http://www.biblit.it/" target="_blank">Biblit</a> Marina Rullo, nella puntata di <a title="Tradurre, il webcast" href="http://www.e-schooloftranslation.org/archivi/tradurre-il-webcast/" target="_blank">Tradurre</a> del 16 aprile dedicata alla visibilità della professione sul <strong>web</strong>.</p>
<p>E del resto è proprio alla rete e alla sua capacità di mettere in comunicazione ambiti altrimenti distinti nella sfera del non-virtuale che la popolarità di Luca presso il grande pubblico di <em>Twilight</em> rimanda, delineando i tratti del nuovo rapporto traduttore-fruitore del prodotto culturale tradotto. È infatti sufficiente inserire il suo nome su Google per incontrare le numerosissime manifestazioni di gratitudine per il lavoro di traduzione svolto da parte delle fan della saga, oltre a un fan club dedicato proprio alla sua figura e al suo lavoro. Sono l’entusiasmo e il sentimento di gratitudine nei confronti di chi rende fruibile il prodotto amato che nutrono questa attenzione nei confronti del traduttore, in modo analogo a quanto si verifica da parte dei fruitori dei prodotti audiovisivi stranieri nei confronti dei sottotitolatori amatoriali delle diverse community web di <strong>fansubbing</strong>.</p>
<p>Una stessa urgenza di fruizione, accanto a una più diffusa conoscenza della lingua inglese, alla base della popolarità di entrambi, che si sviluppa nel più ampio fenomeno delle culture partecipative. Ma se nel caso del sottotitolaggio amatoriale i due fattori stimolavano l&#8217;accesso al lavoro di traduzione e l’inizio di un percorso che si apriva anche a opportunità professionali, nel caso della popolarità di Luca è la curiosità nei confronti della doppia vita linguistica del prodotto amato che alimenta l’attività comunitaria sul web. Come testimoniano in <em>Il mestiere di riflettere</em> Federica D&#8217;Alessio e Chiara Marmugi, le due traduttrici che a partire dal romanzo <em>Eclypse</em> collaborano con Luca, le appassionate di Twilight non si accontentano di leggere il libro in italiano ma confrontano e commentano le due versioni in forum dedicati, valutando in modo continuo la qualità del lavoro di traduzione. Chiedo a Luca se ha mai ricevuto delle critiche o delle contestazioni al riguardo «Certo che sì – risponde &#8211; ma per quanto ne so riguardavano sfumature o casi in cui io e la redazione abbiamo dovuto compiere scelte arbitrarie (questo “I love you” è un “ti amo” o un “ti voglio bene”?), nonché di un ulteriore appiglio per spiegare in pubblico che la traduzione non è sempre una scienza esatta (almeno secondo me)».</p>
<p>Spiegazione pubblica che si riflette in una crescente presa di coscienza rispetto al valore dell’attività traduttiva; una consapevolezza che inevitabilmente si riversa in modo positivo sulla visibilità e sullo status del traduttore.</p>
<p>In questo senso mi chiedo se un tale esempio di riconoscimento mediatico, oltre a nascere a valle del prodotto letterario, dalle passioni dei fruitori, non sia anche frutto di una strategia editoriale mirata a dare la giusta evidenza al ruolo del traduttore nella catena di post-produzione editoriale. Ma a quanto pare non lo è: «Tutto è stato frutto esclusivo della passione delle fan della saga di <em>Twilight </em>–  conferma Luca &#8211; e non c’è stato alcun calcolo o strategia editoriale. Tanto che questa sorta di impennata di popolarità mi ha colto davvero di sorpresa, dal momento che l’ultima traduzione di Stephenie Meyer l’ho consegnata nell’estate del 2008 e nel frattempo mi sono dedicato ad altro, oltretutto lavorando con editori con i quali collaboro da tempo in maniera del tutto autonoma dalle faccende vampiresche. Visto dall’interno, l’exploit di visibilità che ho avuto è una semplice parentesi all’interno di un tran tran lavorativo denso e serrato come, penso, quello di qualunque altro professionista del settore».</p>
<p>Una parentesi, certo, ma che sarebbe bene estendere in favore di una visibilità anche esterna del tran tran lavorativo denso, serrato e silenzioso di ogni traduttore.</p>
<p>Foto: <a href="http://www.flickr.com/photos/blackbutterfly/3082335820/" target="_blank">“There are no extra pieces in the universe. Everyone is here because he or she has a place to fill, and every piece must fit itself into the big jigsaw puzzle.”</a> di miss_blackbutterfly su Flickr Creative Commons</p>
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		<title>La traduzione pubblicitaria secondo Giancarlo Livraghi</title>
		<link>http://www.e-schooloftranslation.org/2009/04/intervista-a-giancarlo-livraghi-copywriter-ed-esperto-di-comunicazione-per-parlare-di-traduzione-pubblicitaria/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 21:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Di Persio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La traduzione publicitaria secondo Giancarlo Livraghi uno dei maggiori esperti di comunicazione in Italia. La traduzione pubblicitaria alla luce della sua lunga esperienza come copywriter e socio di maggioranza dell'agenzia pubblicitaria Livraghi, Ogilvy &#038; Mather e alcuni consigli per diventare traduttori pubblicitari. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1027" style="margin: 10px;" title="tombino_gallery" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2009/04/tombino_gallery-300x217.jpg" alt="tombino_gallery" width="270" height="195" />Dal mestiere di scrivere a quello di comunicare passando attraverso la riflessione sulle tecnologie e sui nuovi mezzi espressivi. Con alcune incursioni nel mondo della traduzione come curatore dell&#8217;edizione italiana di moltissimi testi. Si potrebbe sintetizzare in questo modo il percorso professionale e di pensiero di <strong>Giancarlo Livraghi</strong>, uno dei maggiori copywriter ed esperti di <strong>comunicazione</strong> italiani. Dal 1966 sua la gestione dell’agenzia pubblicitaria McCann-Erickson italiana cui segue nel 1975 il trasferimento a New York come executive vice-president della McCann-Erickson International. Nel 1980 Giancarlo Livraghi torna in Italia come socio di maggioranza della Livraghi, Ogilvy &amp; Mather, diventata in pochi anni una delle principali agenzie italiane, per lasciare nel 1993 il mondo della pubblicità e fondare l’anno successivo <a href="http://www.alcei.it/">ALCEI</a>, l’Associazione per la libertà della comunicazione elettronica interattiva. Oggi i suoi scritti e le sue riflessioni sono liberamente consultabili (e scaricabili) sul sito <a href="www.galdalf.it">gandalf.it</a>. Tra questi <em>Ambiguità della lingua inglese (e possibili errori di traduzione)</em>, una divertente guida ai falsi amici della lingua inglese già segnalata in un precedente articolo, e un breve scritto sui pericoli della letteralità nella traduzione, <a href="http://gandalf.it/stupid/traduz.htm">La stupidità delle traduzioni</a>. Abbiamo incontrato questo professionista della parola scritta per parlare di <strong>traduzione pubblicitaria</strong>. Partiamo da una precisazione:</p>
<p><strong>Signor Livraghi, in una sua precedente intervista ho letto che non ama la definizione di “creativo”, preferendo piuttosto quella di “writer”. È sempre questa predilezione per una professionalità più direttamente legata alla scrittura che l’ha portata, nella sua lunga carriera, a confrontarsi anche con il mestiere del traduttore curando l’edizione italiana di diversi volumi stranieri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quel percorso è cominciato molto prima – e per altri motivi. Sono pochi i libri stranieri di cui ho curato l’edizione italiana. Non sono traduzioni, ma rielaborazioni dei testi originali, con annotazioni, commenti, aggiunte e approfondimenti.<br />
Sono molte, invece, le circostanze in cui mi sono trovato, e mi trovo, a lavorare e comunicare quotidianamente in più di una lingua.<br />
Per esempio il mio libro <em>Il potere della stupidità</em>, nato all’origine da alcuni articoli che avevo scritto in inglese, ha avuto poi tre edizioni italiane – e ora, nel maggio 2009, uscirà (per la prima volta come libro) in inglese. Non è una traduzione, ma un testo ripensato e riscritto in una lingua diversa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua lunga esperienza di copywriter si è sempre affidato a dei traduttori o  le è capitato di tradurre lei stesso  delle campagne pubblicitarie?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho sempre lavorato in un contesto internazionale e perciò non mi è mai capitato di dover ricorrere a traduttori “esterni” – mentre è sempre stato, e ancora è, frequente che mi trovi a trasferire in un’altra lingua lo stesso concetto. Nello sviluppo delle campagne erano coinvolti, secondo le esigenze di ciascuna, i nostri colleghi di nazionalità e lingue diverse – con le loro capacità non di “tradurre”, ma di interpretare strategie e forme espressive secondo le situazioni culturali e di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono state le campagne che ricorda come più problematiche nella localizzazione sul mercato italiano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quelle in cui il concetto originale non era adatto alla nostra lingua, alla nostra cultura o alle esigenze di comunicazione in Italia, e perciò doveva essere cambiato o rielaborato. Cosa, in molti casi, capita bene da tutti e perciò gestita efficacemente e senza contrasti. Talvolta più difficile e complessa quando era meno facile spiegare i motivi delle differenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vuole raccontarci un episodio aneddotico riguardo ai problemi posti dalla traduzione pubblicitaria?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli aneddoti potrebbero essere tanti, ma la sostanza è una. Nella la mia esperienza non si tratta mai di traduzioni, ma di ridefinire una campagna, quando si trasferisce da un paese all’altro, secondo le esigenze di ciascun paese e di ciascuna situazione. È importante (anche se purtroppo non tutti lo sanno fare bene) che se una strategia o un concetto è destinato a diffusione internazionale sia concepito fin dall’inizio in modo da essere “declinabile” in contesti diversi.<br />
Se vuole un episodio curioso, eccolo. Incredibile, ma vero. Ai tempi in cui per i film si usava ancora la pellicola, un mio collega a Milano scrisse a New York chiedendo una “pizza”. Gli americani furono molto confusi dall’ipotesi di un catering transatlantico.</p>
<p><strong> Cos’è cambiato da allora a oggi per quanto riguarda la traduzione pubblicitaria?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella sostanza, nulla. I problemi nel trasferimento da una lingua a un’altra di un testo o di un pensiero sono sostanzialmente gli stessi da migliaia di anni. Oggi, con sistemi spesso fortemente “centralizzati”, accade che le organizzazioni locali si sentano “deresponsabilizzate” e perciò adattino passivamente, con risultati spesso inadeguati, talvolta grotteschi. Ma accade anche il contrario, cioè che ci siano resistenze ingiustificate, del tipo “questo non va bene in Germania”, quando basta capire come un concetto possa funzionare se lo si ridefinisce in un diverso contesto culturale anziché banalmente tradurlo in un’altra lingua.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una riflessione sulle peculiarità culturali nella localizzazione da diverse lingue all’italiano: quali sono a suo avviso i problemi che si pongono in termini socio-culturali nel caso della localizzazione sul mercato italiano di campagne nordamericane rispetto a quella di campagne spagnole?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi sembra che ci siano differenze “standardizzabili”. La sostanza dei problemi di traduzione è la stessa in tutte le lingue. Ovviamente con lo spagnolo si può essere ingannati dalla somiglianza (parole simili hanno significati diversi) e con l’inglese c’è il problema degli inglesismi, cioè parole che in italiano hanno assunto un significato diverso (o, viceversa, si può trattare di parole italiane usate diversamente in inglese). Ma le “generalizzazioni” servono più a disorientare che a capire. Ogni caso deve essere gestito e “vissuto” nella sua individualità.<br />
Un fatto di cui è bene tener conto è che ci sono rilevanti differenze nell’uso dell’inglese (quello britannico è diverso dall’americano – e ci sono altre varianti). Anche lo spagnolo ha parecchie variazioni nell’America latina rispetto al “castigliano” originale. Il brasiliano è diverso dal portoghese. Eccetera&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha scritto:</strong><br />
<em>Quando avevo diciott’anni &#8230; mi occupavo di un minuscolo giornale. Ho imparato fin da allora a combattere con le “tirannie dello spazio”, con chi voleva cambiare un mio articolo o con chi aveva scritto qualcosa che sentivo di dover cambiare, con chi faceva titoli che non c’entravano col testo &#8230; E in infinite altre occasioni mi sono trovato a combattere con “grafici” che badano a una loro soggettiva idea dell’estetica e rendono i testi illeggibili. </em><br />
<strong>Per cosa ha dovuto invece combattere con i traduttori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come ho già spiegato, nella mia esperienza le traduzioni, o più in generale la necessità di esprimersi in lingue diverse, sono sempre state esperienza quotidiana. Talvolta c’era qualche difficoltà se una traduzione, che poteva sembrare “letteralmente” corretta, non trasferiva efficacemente un concetto o un’idea.<br />
Un problema diverso è che mi trovo continuamente, e con parecchio fastidio, a “combattere con i traduttori” quando leggo un libro, un articolo o qualcos’altro in cui un errore di traduzione stravolge il significato o un’ambiguità linguistica (o culturale) provoca incomprensioni e malintesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Darebbe un consiglio, uno spunto o un vademecum su come muovere i primi passi verso la professione di “traduttore pubblicitario” agli utenti di EST interessati a questo ambito di traduzione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non fare traduzioni “letterali”. Capire la sostanza, le intenzioni, lo stile, il tono, gli obiettivi e il contesto per potersi esprimere in modo concettualmente efficace, anche quando per esserlo deve sembrare meno “fedele” all’originale. Evitare i manierismi, i pressapochismi, le banalità e i “modi di dire” che impoveriscono il linguaggio e ne compromettono la chiarezza e l’efficacia.</p>
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		<title>Abbiamo toccato il fondo, ora possiamo solo risalire</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 21:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaella Moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[6 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[l'aquila]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Raccontare ciò che è accaduto non è facile. Di parole se ne sono dette tante, ma è difficile dare una descrizione verosimile di quello che si prova, del terrore, del panico e della disperazione. Raffaela Moretti racconta il terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009 e il desiderio di ricominciare a vivere e a lavorare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1005" style="margin: 10px;" title="12042009" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2009/04/12042009-300x225.jpg" alt="12042009" width="300" height="225" />Raccontare ciò che è accaduto non è facile. Di parole se ne sono dette tante, ma è difficile dare una descrizione verosimile di quello che si prova, del terrore, del panico e della disperazione. Alcuni dicono 18 secondi, altri 30. È sembrata un&#8217;<strong>eternità</strong>: 5 martelli pneumatici che ti scavano nelle orecchie e tu paralizzato nel letto, incapace di pensare qualsiasi cosa.</p>
<p>Più passa il tempo, più ci si rende conto dell&#8217;immensità della tragedia, dei morti, dei feriti, dei monumenti centenari distrutti. Nel frattempo ci si arrangia, si allestiscono le tendopoli, si dorme dove si trova. Arriva un&#8217;infinità di <strong>angeli</strong>: esercito, protezione civile, marina, vigili del fuoco, alpini; è necessario parlare di loro, del sorriso che portano, della cortesia, della comprensione. <strong>&#8220;Se ne esce&#8221;</strong> dicono loro che hanno già vissuto questa esperienza in passato.</p>
<p>Per noi <strong>traduttori</strong>, come per molti altri, riprendere a lavorare sarà difficile: non si ha il necessario (chi ha potuto ha recuperato un portatile, ma non si ha una connessione Internet regolare e gratuita), la mente deve pensare a tante cose, ai bambini che sono morti, alle docce che non ci sono, a tutti i ricordi più stupidi che sono stati sommersi dalle macerie, non si ha ancora la concentrazione giusta. Ma vogliamo <strong>ricominciare</strong>, vogliamo riprendere a partecipare ai webcast, ai corsi, vogliamo tenerci in contatto con i colleghi, darci una parvenza di normalità.</p>
<p>Abbiamo toccato il fondo, ora possiamo solo risalire&#8230;</p>
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		<title>Oltre le traduzioni GIGO: una conversazione con Wendell Ricketts</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 12:50:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Spila</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontro Wendell Ricketts online dopo essermi perso felicemente tra le pagine dei suoi molti blog. Scrittore, traduttore, insegnante Wendell non ama i mezzi termini ma adora parlare per cui il resoconto della nostra conversazione richiederà (almeno) un paio di articoli. Cominciamo oggi parlando di traduzioni, di scrittura e di revisioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-985" style="margin: 10px;" title="Garbage truck" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2009/04/new_garbage_truck-300x217.jpg" alt="Garbage truck" width="240" height="174" />&#8220;Conosco traduttori che vanno fieri della loro abilità di prendere un testo scritto in un brutto italiano e di riprodurlo &#8211; parola per parola e frase per frase &#8211; in un brutto inglese. La chiamano &#8220;fedeltà&#8221;. Io preferisco chiamarla pazzia e ho anche coniato un termine per questo tipo di lavori: le chiamo <strong>traduzioni GIGO</strong>, un acronimo che sta per &#8220;Garbage In, Garbage Out&#8221;, come dire spazzatura in ingresso, spazzatura in uscita.&#8221;</p>
<p>Incontro Wendell Ricketts online dopo essermi perso felicemente tra le pagine dei suoi molti blog. Scrittore, traduttore, insegnante Wendell non ama i mezzi termini ma adora parlare per cui il resoconto della nostra conversazione richiederà (almeno) un paio di articoli. Cominciamo oggi parlando di traduzioni, di scrittura e di revisioni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In &#8220;Vita Vagabonda&#8221; racconti di essere nato su un atollo del Pacifico sconosciuto ai più, l&#8217;inizio di una vita di vagabondaggi in giro per il mondo che alla fine ti ha portato a fare il traduttore in Italia</strong>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Sono cresciuto nell&#8217;isola di &#8216;Oahu, Hawai&#8217;i, in piena campagna: frequentavo una scuola minuscola, piccole costruzioni traballanti di legno che accoglievano una novantina di scolari di otto classi diverse. In ogni aula della scuola c&#8217;erano gli allievi di due classi e un solo insegnante che si occupava di entrambe. Più tardi, quando sono diventato io stesso insegnante, mi sono spesso chiesto come facessero quei maestri a gestire tutti quei ragazzi senza impazzire. Ma la nostra istruzione era assai rigorosa e rigida in quelle isole Hawai&#8217;i dei vecchi tempi, prima della modernizzazione, prima del turismo, dei mega-alberghi e delle grandi folle. Dopo le superiori ho studiato all&#8217;università delle Hawai&#8217;i, ho cambiato due volte facoltà e mi sono poi trasferito a San Francisco, dove ho vissuto dal 1981 per ventiquattr&#8217;anni anche se intramezzati da qualche &#8220;pausa&#8221;. Dopo essermi laureato ho vissuto qualche tempo nel New Mexico dove ho studiato per il mio Master in Scrittura Creativa. Nel frattempo sono iniziati i miei viaggi in Italia e &#8211; come si dice? &#8211; non ne avevo mai abbastanza. Le visite si sono intensificate e ho cominciato a trascorrervi periodi sempre più lunghi. A metà degli anni Novanta ho avuto i primi contatti con la traduzione ma la mia esperienza professionale vera e propria è iniziata solo nel 1998.</p>
<p><strong>Ecco, parliamo di traduzione. Hai delle idee molte precise sul lavoro del traduttore e ho l&#8217;impressione che nascano dal tuo primo amore, la scrittura creativa. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Secondo me la competenza fondamentale per un traduttore è quella della scrittura, l&#8217;abilità di scrivere nella propria lingua materna, non di scrivere semplicemente in modo corretto, ma in modo eccellente. Lo so, è una posizione radicale ma credo che si tratti di una questione fondamentale: le abilità di scrittura vengono <em>prima </em>delle competenze relative alla lingua straniera.</p>
<p><strong>È un&#8217;idea che condividiamo qui alla Scuola, ma non mi pare che i percorsi formativi attualmente disponibili per traduttori vadano in questa direzione.</strong></p>
<p>Le scuole di traduzione e gli istituti di &#8220;mediazione linguistica&#8221; tendono ad affrontare la formazione dei traduttori in modo decisamente antiquato. Considerano la traduzione come una sorta di rompicapo linguistico la cui soluzione richiede un approccio scientifico, ma non è così. Evidentemente se non hai una buona competenza linguistica in L2 non puoi essere un traduttore, ma la situazione in cui ci troviamo attualmente è che ci sono molte, moltissime persone che hanno un&#8217;eccellente conoscenza della lingua straniera (e bisogna notare per inciso che si tratta di un&#8217;abilità relativamente facile da acquisire) e poche, pochissime persone che sanno scrivere. Eppure, per quanto ne so, i percorsi universitari e post-universitari per traduttori non richiedono quasi mai che gli studenti dimostrino di possedere eccellenti capacità di scrittura nella propria lingua materna, mentre insistono sulla conoscenza della lingua straniera, come se questa bastasse da sola. È un errore colossale e uno dei motivi principali per cui la qualità delle traduzioni, almeno nel mercato che conosco personalmente (dall&#8217;italiano in inglese e viceversa) sta subendo un declino così rapido.</p>
<p><strong>A proposito di qualità delle traduzioni, tu hai una notevole esperienza di procedure editoriali e lavori anche come revisore e correttore di bozze. Pensi che un traduttore dovrebbe essere anche un buon editor?</strong></p>
<p>Sai, mi stupisce scoprire che un gran numero di traduttori sembra ritenere che aspetti come la leggibilità e la chiarezza non li riguardino. Nella puntata di Tradurre del 12 marzo ad esempio uno dei sondaggi evidenziava il fatto che ben più della metà dei colleghi non si occupa di quelle attività che potremmo definire complessivamente di &#8220;editing.&#8221; Il risultato è ciò che chiamo <strong>traduzioni GIGO</strong>, un acronimo che sta per &#8220;Garbage In, Garbage Out&#8221;, come dire spazzatura in ingresso, spazzatura in uscita. Conosco traduttori che vanno fieri della loro abilità di prendere un testo scritto in un brutto italiano e di riprodurlo &#8211; parola per parola e frase per frase &#8211; in un brutto inglese. La chiamano &#8220;fedeltà&#8221;. Io preferisco chiamarla pazzia.</p>
<p><strong>Se capisco bene, spesso il problema inizia a monte. Mi stai dicendo che c&#8217;è una responsabilità anche da parte dei committenti?</strong></p>
<p>Esatto, il problema è che la grande maggioranza dei testi che ricevo in traduzione non sono pronti per essere tradotti: dovrebbero essere inviati a un revisore e non a un traduttore. Ovviamente la questione è sempre la stessa, ossia il fatto che molti non sono in grado di scrivere in modo efficace nella propria lingua materna. Per quello che mi riguarda, certamente non mi permetto di modificare le opinioni di chi scrive o di riorganizzare i suoi pensieri, ma faccio un lavoro redazionale, quando traduco o nella fase finale di revisione. Per quanto umanamente possibile cerco di non produrre testi in inglese che il lettore non possa comprendere o nei quali la sintassi delle frasi sia talmente contorta da compromettere il significato.</p>
<p><strong>Immagino che in certi casi dovrai parlarne con gli autori, un compito spesso arduo&#8230;</strong></p>
<p>A volte i clienti non hanno voglia di spiegare quello che hanno scritto, a volte non c&#8217;è tempo o l&#8217;autore non è disponibile. E succede frequentemente che la persona che gestisce la traduzione mi dica &#8220;Beh, l&#8217;abbiamo letta e riletta e neanche noi sappiamo che cosa significa&#8221;, una scenetta che trovo al tempo stesso divertente e frustrante. Per quale motivo far tradurre qualcosa in inglese se non la capisci neanche in italiano?</p>
<p>Ti voglio fare un esempio da una traduzione che ho appena terminato, un documento dedicato al restauro di un monumento storico nel nord Italia. Ecco un brano dell&#8217;originale: &#8220;<em>Chimica, fisica, geologia e biologia, ma anche tecnologia dei materiali antichi e moderni, ingegneria strutturale, pure già presenti, vengono richieste di ricerca e sempre più intensa specializzazione, di affinamento e avvicinamento alle problematiche poste dal restauro dei monumenti, ma sotto la speciale ottica dell&#8217;attività di conservazione</em>.&#8221;</p>
<p>Ci capisci qualcosa? Potresti facilmente perdere il lume della ragione cercando di capire qual è il soggetto grammaticale della frase o l&#8217;oggetto del verbo, non ti pare?</p>
<p>Mi viene in mente anche un altro esempio da un catalogo di mobili che ho tradotto qualche mese fa: &#8220;<em>L&#8217;ambiente progettato in toto dagli interior designers completa un&#8217;atmosfera decisamente fashion, esaltando uno stile cool per creare sinergie total look e 100% made in Italy.</em>&#8221;</p>
<p>È impossibile riprodurre una frase come questa parola per parola o proposizione per proposizione in inglese, ne verrebbe fuori qualcosa di totalmente incomprensibile. Ma il vero problema è che non significa granché neanche in italiano. Mi spieghi cosa sono le &#8220;total look synergies&#8221;? E che cosa intendono con &#8220;<span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;" lang="EN-US">an environment totally designed by designers</span>&#8220;?</p>
<p>In situazioni come queste il traduttore deve trovare il significato (sempre ammesso che ci sia) e ricreare il testo da capo. Se non sai scrivere in modo efficace in inglese e se non sei un buon editor non sei neanche meglio di un qualsiasi Google Translate o Babel Fish.</p>
<p>(continua&#8230;)</p>
<p><strong>Per chi vuole avventurarsi nel mondo online di Wendell Ricketts:</strong></p>
<p><a href="http://www.provenwrite.com" target="_blank">www.provenwrite.com</a><br />
<a href="http://vitavagabonda.blogspot.com" target="_blank">vitavagabonda.blogspot.com</a><br />
<a href="http://stillblueproject.blogspot.com" target="_blank">stillblueproject.blogspot.com</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Outing di un formatore</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 18:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Maioli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[didattica]]></category>
		<category><![CDATA[Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Guitton]]></category>

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		<description><![CDATA[Claudio Maioli esce alla scoperto e racconta una sua particolare ossessione di formatore: l'accanimento didattico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-494" style="margin: 10px;" title="A scuola" src="http://www.e-schooloftranslation.org/wp-content/uploads/2009/02/dame_school-150x150.jpg" alt="A scuola" width="196" height="196" />Ebbene lo confesso: da molto tempo so di esserne affetto, anche se fino a oggi non avevo osato informarmi&#8230; Si sa che accade agli studenti di medicina, a tutti senza distinzione: cominci a studiare e a ogni malattia ti fissi che potresti averla anche tu. Da fuori sembra una specie di smania. &#8220;Le vuoi avere tutte,&#8221; dicevo tanti anni fa senza troppo garbo a un amico che studiava appunto medicina e che probabilmente non conosceva la grande utilità di riconoscere su di sé i sintomi più vari, percorso necessario per imparare l&#8217;identificazione e allenarsi all&#8217;empatia con i futuri pazienti.</p>
<p>Ma almeno quella degli studenti di medicina è un&#8217;ossessione condivisa nonché supportata (e stemperata) da una vasta aneddotica. Io invece a ingegneria ero solo con la mia sindrome latente. I miei colleghi badavano a dare esami e prepararsi una carriera senza preoccuparsi di capire e spiegare sempre proprio tutto fino in fondo. Eppure saranno stati anche loro bambini, pensavo, avranno frantumato le riserve di pazienza dei padri e delle madri più disponibili con i loro bravi &#8216;perché questo è così&#8217; e &#8216;perché quello è cosà&#8217; e &#8216;come si fa questo&#8217; e &#8216;come si fa quell&#8217;altro&#8217;. Per me era diverso, la curiosità, il segno più forte e chiaro della sindrome latente, invece di attenuarsi aumentava. Fino allo scabroso svelamento.</p>
<p>A che serve prendere tempo? Oggi ho deciso di confessare. In più suggellerò la svolta con un gesto simbolico&#8230; e molto molto banale: la ricerca nell&#8217;internet della mia sindrome, ormai acclarata dopo anni di esercizio: l&#8217;<a title="Ricerca di &quot;accanimento didattico&quot; su Google" href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=%22accanimento+didattico%22&amp;btnG=Cerca&amp;meta=" target="_blank"><strong><em>accanimento didattico</em></strong></a>.</p>
<p>I circa 410 risultati dimostrano che non sono solo. Bene. Anzi, no. In anni di esercizio ovviamente accanito la mia presunta solitudine si era trasformata via via nell&#8217;illusione di una paternità e di un&#8217;esclusiva. Gli esseri umani passano la vita nel difficile equilibrio tra il confondersi e il distinguersi gli uni con e dagli altri. Così quando qualcuno mi chiedeva di spiegare qualcosa non pensavo certo di essere l&#8217;unico a potergli dare soddisfazione. Poi però l&#8217;accanimento cresceva e cresceva e cresceva. Mi sarei spinto talmente in là, sarei sceso così in basso che anche un sasso avrebbe capito. Nessun altro aveva una tale capacità di approfondire controllando man mano lo sguardo del richiedente: era ancora sveglio, per niente pentito, interessato e a volte persino ammaliato&#8230;</p>
<p><strong><em>Chunk up</em></strong>, <strong><em>chunk down</em></strong>, due espressioni inglesi affiorano di colpo alla coscienza dal formidabile ipertesto che non ci abbandona neanche nel sonno. Hanno a che fare con i livelli di comprensione (verso l&#8217;alto, verso il basso) nella comunicazione, dunque anche con la didattica e l&#8217;accanimento? In rete trovo che significano &#8216;induttivo&#8217; e &#8216;deduttivo&#8217;, perciò c&#8217;entrano soprattutto con il metodo. Breve delusione, mi piaceva associarle a una specie di speleologia del conoscere. Ne esco subito grazie a una frase che mi viene in soccorso:</p>
<p align="center"><em>Le verità più preziose sono quelle che si scoprono per ultime; ma le verità più preziose sono i metodi</em>.</p>
<p>È di Nietzsche, ci possiamo stare. L&#8217;ho ricopiata da uno dei miei breviari preferiti, <strong><em>Il lavoro intellettuale</em></strong>. Jean Guitton l&#8217;ha scelta come epigrafe della prefazione.</p>
<p>L&#8217;accanimento della ricerca virtuale (compagno spesso inseparabile dell&#8217;altro accanimento) si scioglie ora nel contatto con un libro. E che libro. Chi vuole prosegua con la navigazione, magari in attesa di comprare una copia di Guitton (le edizioni sono le Paoline, quelle di <em>Famiglia Cristiana</em>, che ce ne fossero in questi tempi bui), alcuni link sono qui sotto.</p>
<p><a href="http://creatingminds.org/tools/chunking.htm"><span style="text-decoration: underline;">Chunking</span></a><br />
Then <em>chunk up</em> using inductive reasoning to creative an explanatory theory. Then <em>chunk down</em> though deduction to a hypothesis about what should work in <strong>&#8230;</strong><br />
<span style="color: 0,128,0;"><cite>creatingminds.org/tools/<strong>chunk</strong>ing.htm &#8211; 18k -</cite></span> <a href="http://209.85.129.132/search?q=cache:SDHCDWutSkYJ:creatingminds.org/tools/chunking.htm+chunk+up+chunk+down&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;cd=1&amp;gl=it">Copia cache</a> &#8211; <a href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=related:creatingminds.org/tools/chunking.htm">Pagine simili</a></p>
<p><a href="http://www.empatec.com/archive/jun07.htm"><span style="text-decoration: underline;">Do you &#8220;<em>chunk up</em>&#8221; to the bigger picture, or &#8220;<em>chunk down</em>&#8221; to the &#8230;</span></a><br />
So, do you habitually <em>chunk up</em> or <em>chunk down</em>? Notice what your colleagues tend to do and see if this correlates with how well you get on with them or how <strong>&#8230;</strong><br />
<em><span style="color: 0,128,0;">www.empatec.com/archive/jun07.htm &#8211; 11k &#8211; </span></em><a href="http://209.85.129.132/search?q=cache:CtnqxGCss-oJ:www.empatec.com/archive/jun07.htm+chunk+up+chunk+down&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;cd=2&amp;gl=it">Copia cache</a> &#8211; <a href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=related:www.empatec.com/archive/jun07.htm">Pagine simili</a></p>
<p><a href="http://www.blogcatalog.com/discuss/entry/chunk-up-chunk-down"><span style="text-decoration: underline;"><em>Chunk up Chunk Down</em> // General Discussion // BlogCatalog</span></a><br />
Think of something like &#8216;tree&#8217; and then say <em>up</em>/ <em>down</em>. If &#8216;<em>Up</em>&#8216; The person that follows has to then say something that &#8216;<em>chunks up</em>&#8216; from tree <strong>&#8230;</strong><br />
<em><span style="color: 0,128,0;">www.blogcatalog.com/discuss/entry/<strong>chunk</strong>-<strong>up</strong>-<strong>chunk</strong>-<strong>down</strong> &#8211; 23k </span>- </em><a href="http://209.85.129.132/search?q=cache:7roTEAbNtf8J:www.blogcatalog.com/discuss/entry/chunk-up-chunk-down+chunk+up+chunk+down&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;cd=3&amp;gl=it">Copia cache</a> &#8211; <a href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=related:www.blogcatalog.com/discuss/entry/chunk-up-chunk-down">Pagine simili</a></p>
<p><a href="http://www.manifestation.com/neurotoys/chunking.php3"><span style="text-decoration: underline;">Flashcards for linguistic chunking</span></a><br />
For example, when you think of yourself, you could call yourself by name, <em>chunk down</em> and consider the bones and organs of your body, or <em>chunk up</em> and think <strong>&#8230;</strong><br />
<em><span style="color: 0,128,0;">www.manifestation.com/neurotoys/<strong>chunk</strong>ing.php3 &#8211; 5k </span>- </em><a href="http://209.85.129.132/search?q=cache:looa1vvlV90J:www.manifestation.com/neurotoys/chunking.php3+chunk+up+chunk+down&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;cd=4&amp;gl=it">Copia cache</a> &#8211; <a href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=related:www.manifestation.com/neurotoys/chunking.php3">Pagine simili</a></p>
<p><em>Foto:  <a title="A dame's school" href="http://flickr.com/photos/nationalmediamuseum/2781207528/" target="_blank">A Dame&#8217;s  School</a> (Foto Flickr Commons)</em></p>
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