Vanni Bianconi, poeta e traduttore ticinese
Pubblicato il 20-11-2009 da Silvia Di Persio
Archiviato in Ritratti
«Sempre tentato. Sempre fallito. Non importa. Tentare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio». Parola di Samuel Beckett e parola di Vanni Bianconi, giovane poeta e traduttore ticinese, da diversi anni direttore artistico del Babel festival di letteratura e traduzione, che in questo modo definisce il continuo equilibrismo semantico ed espressivo del tradurre poesia. Nato nel 1977 a Locarno e oggi residente a Londra, Vanni è oggi una delle figure emergenti della poesia contemporanea con la pubblicazione nel 2004 della sua prima silloge poetica, Faura dei morti e la vittoria del Premio Schiller “Incoraggiamento” 2009 con Ora prima. Sei poesie lunghe. All’attività compositiva Vanni Bianconi affianca quella di traduzione di poesia con un lavoro sui testi della poetessa irlandese Eiléan Ní Chuilléanáin realizzato per la sua tesi di laurea, con la traduzione di poemi di Michael Donaghy sulla rivista “Testo a fronte” e con un progetto di traduzione del poema For the Time Being di W.H. Auden ancora in corso. Lo abbiamo incontrato per parlare con lui di poesia, di traduzione poetica e di tradizione linguistica.
Qual è stato il percorso formativo e intimo che ti ha avvicinato alla poesia e alla traduzione di poesia?
Tutto è partito semplicemente dalla lettura di poesia: leggere poesia mi ha portato “automaticamente” a scrivere poesia, scrivere mi ha portato “automaticamente” a tradurre. Devono essere parti di uno stesso processo, forse quello che fa del poeta uno strumento della lingua, che con la lettura, la traduzione e la scrittura si tempra.
Quanto è stata importante l’eredità genetica del multilinguismo ticinese?
Credo che il Ticino mi abbia portato naturalmente a confrontarmi con altre lingue e quindi con altre letterature, alcune tradotte, ma spesso anche in lingua originale, e così ad allontanarmi presto della poesia italiana, almeno quella contemporanea, e facendomi sentire più “a casa” in quella straniera. Di qui, forse, il desiderio di portare nella propria lingua quegli “amici” stranieri.
Qui a EST abbiamo spesso affrontato la questione dell’invisibilità del traduttore e della necessità di un più ampio riconoscimento (anche economico) della professione. Inutile dire che nel caso della traduzione poetica le cose non vanno meglio. Cosa ne pensi? La consapevolezza del valore della professione è forse maggiore in una realtà territoriale multilingue?
Forse quello che la poesia ha nel suo DNA è piuttosto una consapevolezza della propria invisibilità, a livello pratico. A volte ci si trova a sperare che questa esistenza aliena a leggi di mercato o dettami della moda permetta alla poesia di mantenersi più indipendente dall’effimero. Ma ci si ricrede molto presto. Ad ogni modo, se si traduce poesia forse si è d’entrata più rassegnati alla condizione di assurda invisibilità che tocca ai traduttori, e se lo si fa è esclusivamente per una ricerca propria (ma rimane un lavoro che, idealmente, dovrebbe essere riconosciuto come tale). In Ticino non è diverso, ma in genere in Svizzera le istituzioni sono attente all’importanza della traduzione (ci sono borse federali per i traduttori, case dei traduttori, simposi e convegni, un programma come Moving Words di Pro Helvetia, e un festival di traduzione come Babel).
Hai tradotto all’italiano i testi poetici di Michael Donaghy e Eiléan Ní Chuilléanáin, perché questa scelta e in che modo i due impegni di traduzione si sono rivelati differenti l’uno dall’altro?
Li ho scelti perché sono poeti che stimo molto, ma anche perché li ho conosciuti personalmente. La traduzione di Eiléan, tra le altre cose, mi ha portato a sperimentare una lingua consonantica e gutturale, ad avvicinare la mitologia, la storia, la politica irlandesi, e in qualche modo a cercare di assumere una “prospettiva femminile” sulle cose. La traduzione di Michael, tra le altre cose, a comprendere meglio la metrica inglese e le possibilità della poesia di unire lirico e quotidiano, pubblico e segreto, musica e pensiero.
Nell’andirivieni creativo tra la tua attività di poeta e quella di traduzione di poesia, in che modo, se è accaduto, si sono influenzate reciprocamente?
In modo totale. Traduco per scrivere e scrivo per tradurre, entrambi strumenti per affilare le punte espressive e cercare l’attrito tra parole e circostanze.
Ci sono delle scelte traduttive coraggiose delle quali vai particolarmente fiero?
Prima tra tutte la scelta di tradurre l’Oratorio di Natale (For the Time Being) di W.H. Auden, un lungo poema dall’impressionante ricchezza di forme – metri e schemi di rime rigorosi, tradizionali o inventati, parti recitative, ninnananne, filastrocche -, di registri e di toni, dal meditativo al bollettino meteo, dal profetico all’elegiaco. Al suo interno ci sono diverse soluzioni “coraggiose” di cui vado momentaneamente fiero, ma finché le percepisco come tali è probabile che le cambierò – il coraggio in una traduzione è importante, ma deve farsi invisibile anche lui.
Qual è il prossimo poeta o quale la prossima poetessa che ti piacerebbe tradurre e perché?
Al momento, paradossalmente, traduco soprattutto poesie italiane in inglese, per poterne discutere con amici anglofoni. Deve essere ancora un’altra parte dello stesso processo… Per il resto continuo a tradurre poesie di vari poeti che mi piacciono, per capire meglio il loro lavoro e misurarlo sulla lingua italiana, ma non sto pensando a un lavoro su un unico poeta.
Quali sono a tuo avviso i principali strumenti di autopromozione per un traduttore di poesia alle prime armi?
Impegnarsi per raggiungere le armi successive, poi quelle successive, e poi eventualmente pensare all’autopromozione, anche se non so se sia il termine giusto. Credo che si traduca poesia per imparare a scrivere poesia, o comunque per capire meglio un autore. Se poi si ritiene che sia importante portare quel poeta al lettore italiano, e si è soddisfatti del proprio lavoro, a quel punto si cerca di promuovere il libro presso le case editrici. È un’altra accezione dell’invisibilità del traduttore, questa positiva. Non si promuove se stessi ma il libro: questo è il risultato pubblico di una passione privata, un corteggiamento, e in simili casi rimanere invisibile è importante.









La
Online Summer School 2010 - "Diventare freelance" si terrà a giugno e settembre e durerà sei settimane.
Commenti
Scrivi le tue opinioni su questo articolo...
e se vuoi pubblicare un'immagine con il tuo commento scegliti un gravatar!