Abbiamo toccato il fondo, ora possiamo solo risalire
Pubblicato il 17-04-2009 da Raffaella Moretti
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Raccontare ciò che è accaduto non è facile. Di parole se ne sono dette tante, ma è difficile dare una descrizione verosimile di quello che si prova, del terrore, del panico e della disperazione. Alcuni dicono 18 secondi, altri 30. È sembrata un’eternità: 5 martelli pneumatici che ti scavano nelle orecchie e tu paralizzato nel letto, incapace di pensare qualsiasi cosa.
Più passa il tempo, più ci si rende conto dell’immensità della tragedia, dei morti, dei feriti, dei monumenti centenari distrutti. Nel frattempo ci si arrangia, si allestiscono le tendopoli, si dorme dove si trova. Arriva un’infinità di angeli: esercito, protezione civile, marina, vigili del fuoco, alpini; è necessario parlare di loro, del sorriso che portano, della cortesia, della comprensione. “Se ne esce” dicono loro che hanno già vissuto questa esperienza in passato.
Per noi traduttori, come per molti altri, riprendere a lavorare sarà difficile: non si ha il necessario (chi ha potuto ha recuperato un portatile, ma non si ha una connessione Internet regolare e gratuita), la mente deve pensare a tante cose, ai bambini che sono morti, alle docce che non ci sono, a tutti i ricordi più stupidi che sono stati sommersi dalle macerie, non si ha ancora la concentrazione giusta. Ma vogliamo ricominciare, vogliamo riprendere a partecipare ai webcast, ai corsi, vogliamo tenerci in contatto con i colleghi, darci una parvenza di normalità.
Abbiamo toccato il fondo, ora possiamo solo risalire…









La
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Jeanne on 22-04-2009 11:06 am
Bravissima. Anche se non ho vissuto quella notte orribile (ero Roma), non ho perso casa ne parenti, non riesco a pensare ad altro e non mi concentro su niente. Il terremoto è entrato in testa e non smette, rischia di disperderci e paralizzarci. Anche scrivere due parole come hai fatto tu costa tanto. Credo che sarebbe bello se riuscissi a dare notizie regolari su come se ne esce.
raffaella on 28-06-2009 8:11 pm
vero. mi ricordo il terremoto dell’80 come una cosa allarmante e alienante, nonostante fossi piccina e spensierata avevo paura di dormire la notte e per molti anni volli dormire con mamma e papà per il terrore che ci fossero altre scosse. Anche noi fummo fortunati e non perdemmo ne casa ne amici ma moltissimi altri no. Tanti, tantissimi in Campania e Irpinia persero la casa e ancora oggi lottano per una vita normale che hanno vissuto e vivono come un post-terremoto. Credo che in Abbruzzo comincino ora a rendersi conto del vuoto lasciato dal disastro, delle vite spezzate e della città distrutta. Dopo tante lacrime il silenzio. Ricostruire si, ma anche, soprattutto, ricostruirsi.