Gli editor: una razza in via di estinzione
Pubblicato il 26-02-2009 da Flavia Cerrone
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Forse mia nonna ha ragione: tutto il mondo è paese.
Se si aprono le pagine dei giornali è ormai molto comune trovare parole come perchè o E’, ad esempio. Il lettore che non ha l’occhio allenato, o che non sa bene se questo dannato accento sia acuto o grave, non ci fa caso e, ignorando la questione, innesca una reazione a catena che ufficializza e normalizza sempre di più l’errore, o beh… il refuso.
I professionisti della scrittura diventano insofferenti, scrivono articoli sui loro blog protestando e cercando di capire il perché di questo perchè. Tuttavia gli italiani non sono gli unici. Anche gli anglofoni hanno i loro problemi, magari non con gli accenti, ma sicuramente con lo spelling.
Sulle pagine online del Washington Post Dennis Drabelle, giornalista, ha scritto un articolo intitolato The Art of Editing, denunciando che molti lettori si lamentano dei refusi, degli errori e dei cliché che compaiono sempre più spesso sulle pagine dei libri. Dice anche che molti, invece, ritengono la questione un fatto di pedanteria e continua l’articolo dimostrando che non è così.
Infatti, secondo Drabelle, tutti a loro modo sono editor di se stessi: quante volte abbiamo riformulato frasi, sostituito parole con altre più accurate e, noi italiani, corretto congiuntivi (io, ad esempio, ho un vero problema con i congiuntivi!)?
Inoltre, aggiungo, è normale che un autore che ha lavorato su un pezzo per un certo periodo di tempo non abbia più la freschezza mentale per vedere i propri refusi o per valutare in che modo la scrittura possa essere migliorata.
Ecco perché i correttori di bozze, gli editor e i proofreader sono fondamentali per la riuscita di un buon testo. E questo lo sanno anche gli autori. Come racconta Francesca Pacini in Professione Editor, uno de I Quaderni del Mestiere di Scrivere, Bruce Chatwin, autore di In Patagonia, e la sua editor, Susannah Clapp, correggevano il testo insieme, lavorando di cesello.
Mi viene da pensare che forse i tempi di stampa più brevi e i costi più alti abbiano portato a una riduzione del personale di redazione, causando un abbassamento della qualità del prodotto finale. E dire che gli editor non sono di certo ricchi…
L’articolo di Drabelle è stato citato anche nelle pagine online del Manifesto, scatenando una serie di commenti poco gratificanti verso il giornale stesso: in particolare mi ha fatto sorridere il commento di un lettore che scrive:
Parlate proprio voi del Manifesto che di sgrammaticature e strafalcioni siete maestri. Un esempio recente: un bel “speach corner” (sì, scritto proprio “spEAch”) comparso nel corpo dell’articolo e ripetuto disinvoltamente pure nel titolo. Per carità, il vostro giornale lo compro volentieri, però qua è proprio il caso del bue che dice cornuto all’asino!
La vecchia storia della pagliuzza e della trave…










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